domenica 30 dicembre 2012

Ciao Max

L'altro giorno ho sentito alla radio la notizia della scomparsa di Max.
Max era una cicogna di tredici anni. I suoi spostamenti migratori sono stati monitorati in tutto questo tempo grazie ad un gps che le era stato messo quando era ancora una giovane cicogna, in Svizzera, dove era nata.
Max, che a dispetto del nome datole era una femmina, nella sua vita ha messo al mondo trentun figlioletti, e percorso chilometri e chilometri lassù tra le nuvole, spinta dal suo istinto per la migrazione.
In questi anni ha fornito preziose informazioni agli studiosi che l'hanno sempre seguita con interesse, ma anche con sincero affetto.
Da qualche giorno Max risultava ferma nello stesso punto, in un parco in Spagna. Dalla Svizzera hanno così chiesto ai colleghi spagnoli di andare a vedere e purtroppo non si è potuto che constatare la morte della cicogna.




Ciao Max, instancabile viaggiatrice dei cieli, abituata a sfiorare le nuvole con le tue grandi ali.
Quante cose avrai visto da lassù, mentre volavi sopra le città, le campagne, i boschi e il mare, guidata dal tuo istinto misterioso verso luoghi caldi e esotici che io forse non visiterò mai.
In qualche modo è come se avessimo volato anche noi con te verso Sud, e poi di nuovo verso casa.
Ciao Max.

domenica 23 dicembre 2012

Post di Natale





Con questa foto natalizia di Hitch e Freud, auguro a tutti, cari lettori, un felice Natale.
Inizialmente volevo scrivere un vero post, ma temo di avere esaurito la mia ispirazione natalizia lo scorso anno. Qui potete leggere, se a quel tempo non eravate ancora approdati da queste parti, quel post di dodici mesi fa, che resta comunque attuale e al quale non saprei che cosa aggiungere.

Auguroni a tutti :-)

mercoledì 19 dicembre 2012

13

Polly (qui il mio post su di lei risalente allo scorso anno), la Terranova dello studio, tra pochi giorni compie tredici anni.
Un bel traguardo, per un cane della sua mole.
Una volta ho letto, a proposito di questa razza: "è un cane grande, nero...ma non fa paura a nessuno".
E' assolutamente vero, almeno per quanto riguarda Polly. Penso che sia una delle creature più buone che mai siano state su questa terra. Ci si può fidare ciecamente di lei, mai e poi mai si rivolterebbe contro qualcuno. L'aggressività le è totalmente estranea.
Dai suoi occhi nocciola traspare una bontà disarmante.
A volte caparbia, un po' acciaccata dall'età, che rende incerte le sue zampe posteriori, trascorre queste giornate invernali sdraiata sul tappeto all'ingresso. Una nera, folta massa ronfante, che qualche volta si cappotta beata sulla schiena, agitando nell'aria le sue zampotte pelose, per poi ricadere su un fianco e continuare i suoi sogni, incurante di noi che dobbiamo scavalcarla per entrare e uscire.
Carissima Polly, mio cane abominevole, tanti auguri per il tuo compleanno. E grazie di fare parte della mia vita, di tenermi compagnia, di darmi fiduciosa la zampa. Grazie dei tuoi scondinzolamenti quando i nostri sguardi si incontrano.
Ti auguro che il tempo che avrai ancora su questa terra sia sereno, e che ci siano ancora tanti e tanti giorni per averti con noi.

Polly e io

domenica 9 dicembre 2012

E basta, no?




Sul numero di dicembre di Vogue Italia ecco un articolo di ode alle pellicce, che, a quanto leggo con sommo disgusto, verranno allegramente impiegate anche in varie collezioni primavera/estate.
Leggera come seta, morbida come velluto.
I poveri visoni, menzionati nell'articolo unicamente in quanto materiale pregiato, saranno felici di sapere che andranno ad agghindare indossatrici e signore benestanti non solo durante l'inverno, ma anche nei mesi più miti. "Sarà forse per quel suo sapore di natura o per quella sua connotazione wild, che tanto piace perché ha richiami ancestrali".
" Per il pelo si parla ora di epilatura, più che di rasatura" ci racconta il signor Gabriele Colangelo, stilista discendente a quanto leggo da una famiglia di pellicciai "una tecnica che permette di raggiungere lo spessore del velluto e avere quindi un materiale molto duttile e leggero".
Con tanti ringraziamenti da parte degli animali a cui quel pelo apparteneva.
Come le volpi, ad esempio, la cui pelliccia viene ora "tagliata a strisce sottilissime, che, applicate alternate al tessuto come organza o chiffon, dà un effetto finale simile alle piume" Ah!
Sentito, volpi? Contente di contribuire alla creazione di capi siffatti?

Gli animali, lo sappiamo bene purtroppo, vengono sfruttati crudelmente in vari ambiti. Li uccidiamo per mangiarli, per sperimentare farmaci, per tradizione, per vestirci con la loro pelle e il loro pelo. Tutte cose di cui potremmo benissimo fare a meno, specialmente oggi che il progresso ci mette a disposizione validissime alternative, se solo volessimo usarle.
Ci sono battaglie lunghe e difficili, come può esserla quella contro l'industria della carne, così radicata nelle nostre abitudini alimentari; o quella contro la vivisezione, per la quale, almeno, sembrano esserci spiragli per giungere infine al suo bando.
Vietare l'uso di pellicce invece non mi sembra così complesso. Penso che la maggior parte dell'opinione pubblica sarebbe assolutamente favorevole (parecchio più difficile, temo, il bando della pelle, che purtroppo viene usata tantissimo per l'abbigliamento, pensiamo solo alle scarpe...anche qui comunque volendo si potrebbe intervenire).
Vogliamo liberarci almeno da questa piaga? Vogliamo lasciare in pace almeno questi animali, che hanno tutto il diritto di tenersi il loro caldo pelo, invece di essere uccisi (anche barbaramente) dopo una vita di prigionia?
Personalmente non trovo nulla di "wild" o di ancestrale in una pelliccia. Ok, in tempi remoti era immagino l'unico modo per scaldarsi d'inverno, quando eravamo mezzi nudi in una caverna. Ma oggi?
Cari stilisti, caro Vogue, fate qualcosa davvero alla moda: incentivate l'uso di materiali sintetici, vedrete che otterrete splendidi risultati glamour anche così.
Questo sì sarebbe trendy. E etico, tanto per cambiare.

venerdì 30 novembre 2012

Non preoccupatevi, stanno bene e sono felici





Questo è dunque uno spot di una catena di supermercati svizzera, che al pari di molti altri punta molto sul veicolare l'idea che i loro prodotti sono freschi, bio e provenienti da animali allevati nel rispetto della specie e felici di dare uova, latte, e anche la propria carne ai consumatori umani, che in cambio garantiscono loro un'esistenza serena. Finché glielo concediamo.
Ora, personalmente sono molto affezionata alla Migros, perché ci vado da sempre e diversi loro prodotti  sono deliziosi, tant'è che me li porto anche a Milano ogni tanto.
Secondariamente questo spot è da un lato molto carino, divertente, e ben fatto.

Però, Migros, questa non è la realtà. Non ci puoi raccontare che questa mucca è felice di dare il proprio latte, quando affinché lo produca è stato necessario farle avere un vitellino che alla nascita le è stato prontamente sottratto. Perché il latte ce lo prendiamo noi, e per farlo spremiamo ben bene le povere mucche, dopo appunto averle private dei loro piccoli (con enorme sofferenza da parte di entrambi), e come ringraziamento quando il loro "ciclo produttivo" (orrenda espressione) è esaurito, le mandiamo al macello, dove già avevano concluso la loro breve esistenza i loro figli. Magari questa del filmato verrà risparmiata, proprio in onore della sua partecipazione allo spot. Ma migliaia e migliaia di mucche "da latte" fanno quella fine. Anche nella verdeggiante Svizzera.
E le galline ovaiole? Anche loro vengono spremute ben bene, e anche se vivono in un allevamento a terra (che poi bisogna sempre vedere che cosa si intende, mi pare che spesso siano comunque chiuse in capannoni, a terra, sì, ma sempre rinchiuse; e poi anche se vivono all'aperto in qualche luogo bucolico la loro sorte è segnata ugualmente), quando la loro produzione di uova non risponde più allo standard le galline vengono soppresse. Una volta ho sentito che in Svizzera vengono gassate in appositi camion, o un luogo simile. Animali di meno di due anni, se non sbaglio.
Per non parlare della sorte dei pulcini maschi, che, ovviamente non essendo in grado di diventare produttori di uova, vengono fatti fuori appena usciti dall'uovo, e non scendo in dettagli. Ho sentito che stanno studiando un modo per determinare il sesso del pulcino prima della nascita, per ovviare a questo problema. Per le ovaiole non cambierà niente comunque.

Cara Migros, io ti voglio bene. Ma questa ipocrisia mi fa davvero arrabbiare. Questo non è rispettare gli animali, ma sminuire ancora una volta il loro sfruttamento, la loro sorte infelice.
Dietro l'allegria di questo spot c'è l'occultamento, la rimozione, della realtà. Oltre al solito imperante antropocentrismo, per il quale sembra che gli animali siano su questa terra a nostro uso e consumo, pronti a sacrificarsi per noi, ad offrirci tutto ciò che desideriamo, e a farlo con gioia.
Consumatori, aprite gli occhi, non lasciatevi ipnotizzare dall'apparenza ingannevole dell'allevamento sostenibile. Alla fine è solo sfruttamento. Magari bio, magari dorato, ma sempre sfruttamento.



lunedì 19 novembre 2012

Il destino incerto di M13

M13 non è un robot, né un particolare modello di elettrodomestico, né un modulo, come si potrebbe pensare.
No.
 E' un orso che si aggira tra l'Italia e la Svizzera, e di cui ultimamente si è molto parlato a causa di alcuni suoi comportamenti che hanno messo in allarme la popolazione delle valli.
 E' stato ad esempio avvistato mentre divorava una pecora in Valposchiavo, nel canton Grigioni. Oppure, secondo quanto ho letto su Ticino Online, si è introdotto nel cortile di una scuola (mentre era chiusa), sempre nei Grigioni, a quanto pare per nutrirsi del miele di un alveare sistemato lì. E poi, ciliegina sulla torta, è entrato, tramite sfondamento di una finestra, in una baita, vuota anch'essa (una casa di vacanza occupata prevalentemente nei fine settimana), dove ha fatto razzia di patate e di altri alimenti, e poi ha distrutto alcuni attrezzi custoditi nel capanno, e anche l'aspirapolvere. Il proprietario della baita ora teme che M13 possa tornare mentre lui è presente, e fare con lui ciò che ha fatto con le patate.
Questi eventi sono stati oggetto di una lunga discussione, presieduta dall'ispettore federale della caccia, Reinhard Schnidrig, recatosi nei Grigioni per decidere in sostanza della sorte dell'orso. Ovvero, se sopprimerlo o lasciargli un'altra possibilità.
Fortunatamente per questa volta M13 è stato graziato. Resta però sotto osservazione.
Schnidrig l'ho sentito alla radio che in pratica invitava l'orso ad avere comportamenti più consoni.
Non penso che M13 fosse nel bosco ad ascoltarlo con una radiolina portatile :-)

Ora, in Svizzera è in atto un programma per il ripopolamento degli orsi, di cui se non erro anche il nostro eroe peloso fa parte. Se si vuole reintrodurre l'orso penso che bisogna poi accettare che il nostro si mangi qualche pecora o che spinto dalla golosità tenti di raggiungere alimenti tipo il miele o semplicemente appetitosi.
Forse basterebbe qualche accorgimento per evitare spiacevoli sorprese. Non lo so, custodire meglio le povere pecore, tanto per dirne una. Rinforzare porte e finestre, se proprio si pensa che possa capitare proprio nella nostra baita.
Posso capire una situazione tipo quella di Anchorage, in Alaska, dove effettivamente avviene spesso che orsi (tipo quello qui sotto) e altri animali delle foreste si spingano nel centro urbano a caccia di cibo (e non parlo di esseri umani, ma di cibo che mangiamo noi umani). Ho visto un interessante documentario tempo fa e in effetti non è il massimo trovarsi spesso un orso in giardino che fruga nel cassonetto dell'immondizia, lo comprendo...Ma allo stesso tempo comprendo anche quegli orsi e gli altri animali che si fanno un giretto nella civiltà sperando di mettere sotto i denti qualcosa di diverso dal solito. Come dargli torto? E' accettabile togliere loro la vita perché ci creano disagio, perché osano entrare nei "nostri" spazi?

Un orso in azione ad Anchorage
E come dare torto al nostro M13 se vuole papparsi un po' di buon miele o qualche patata o pane raffermo, e anche una pecora se gli capita?
Insomma, ognuno ha le proprie ragioni. Ma naturalmente le nostre ragioni umane sembrano sempre le uniche di cui tenere conto. Che bello, il ritorno dell'orso! Sì, però non troppo vicino, se ne stia nei suoi boschi, e così il lupo, e il cinghiale, e compagnia bella. Se ne stiano lassù, perché il resto del territorio è nostro e loro ci possono entrare solo se hanno comportamenti consoni. Consoni secondo i nostri costumi umani, è ovvio.

Forza M13, sono con te. Ti dirò, mi spiace dirlo ma ti conviene seguire il consiglio dell'ispettore federale (che, gliene dò atto, ha fatto sì che la popolazione grigionese ragionasse un attimo), ovvero, cerca di fare il bravo.

M13



A proposito di orsi, vi consiglio un libro veramente divertente, "Il Migliore Amico dell'Orso", dello scrittore finlandese Arto Paasilinna, che racconta le esilaranti avventure di un orso, Satanasso, e del suo "padrone", un pastore protestante che l'ha allevato fin da cucciolo, e che grazie all'orso darà una svolta alla sua vita.



mercoledì 24 ottobre 2012

La storia di Fred

Fred era appena più di un cucciolo quando venne portato alla clinica veterinaria dove mia cugina lavorava come assistente di studio. Il povero Fred era stato investito da una macchina e doveva essere operato. Solo che il suo padrone disse che, siccome già era stato investito tempo prima e già era stato operato, lui non aveva più intenzione di sborsare altri soldi, e che aveva deciso di farlo sopprimere.
La moglie non era d'accordo, perché evidentemente lei a Fred voleva bene. Ma a quel tizio non importava neanche di questo.
Mia cugina subito disse ai veterinari che se lo sarebbe preso lei. Così finsero con l'uomo di averlo soppresso, dicendo la verità solo alla moglie, che ne fu molto sollevata.
Fred venne operato a spese della clinica e poi mia cugina se lo portò a casa.
Mia zia non era per niente entusiasta, mentre mio zio, che da anni parlava di prendere un cane, fu contento come una pasqua e da subito tra lui e Fred si instaurò un rapporto speciale. Vedendoli insieme ho sempre l'impressione che dovessero incontrarsi, tanto sono fatti l'uno per l'altro.

"Non preoccupatevi, resterà sul piccolo" disse mia cugina, non so quanto in buona fede.
Tempo dopo vado a trovare mia nonna, che vive nella stessa palazzina di questi miei zii, e per la strada vedo mia cugina che passeggia con al fianco un cane alto, con le zampe sottili, una coda a riccioli e un corpo indefinito, direi simile a quello di una iena. Una specie di licantropo, insomma :-)
Fred era cresciuto.

Quando si va a trovare mia nonna mio zio fa sempre un salto su da lei con il cane. Il quale inizialmente vedendo delle persone a cui non è abituato abbaia come un forsennato ("è un cane da guardia" dice orgogliosamente mio zio), poi si calma e si mette a dormire accanto alla sedia di mio zio. Oppure, se si è intorno al tavolo e si sta mangiando qualcosa (tipo una delle atroci torte di mia nonna, se vi interessa approfondire leggete qui), passa in rassegna ogni commensale, e ti osserva con quei suoi occhi marroni come castagne e ovviamente tu gli allunghi qualcosa (anche perché così puoi disfarti della fetta di torta mattone). Fred non è una bellezza sconvolgente, anzi, direi che sembra formato da pezzi presi da almeno tre cani diversi, un Frankenstein canino insomma, ma quando lo guardi nei suoi bellissimi occhi il suo aspetto non ha più alcuna importanza.
Per mio zio poi Fred è bellissimo. Ci decanta spesso quella coda da husky, la sua attitudine da cane lupo, quelle alte zampe esili (che poi quelle davanti sono un po' più in carne rispetto a quelle posteriori, mah), e, ciliegina sulla torta, il suo lato dobermann (che non so dove lo veda, obiettivamente il dobermann è un cane splendido, il povero Fred, con il suo corpo da iena, non è esattamente la stessa cosa). L'Amore.

Se mio zio va in bagno, lui lo aspetta davanti alla porta. Appena lui si alza, subito lo segue. Le rare volte che mio zio va in vacanza, il povero Fred languisce nella depressione. E quando poi lui torna gli fa tante di quelle feste che non si riesce quasi a calmarlo. Se andiamo a mangiare la pizza al ristorante al piano terra della palazzina, mio zio torna su in casa quasi appena finito di mangiare, perché "sapete, il cane". Quando torna dal lavoro passa a prendere Fred e poi tutti e due camminano di buona lena su per la stradina di ciottoli del paese, fino al piccolo terreno di mia nonna, dove passano molto tempo, mio zio a lavorare nella sua officina e Fred sdraiato lì fuori o a tampinare mia nonna perché gli allunghi qualche bocconcino.

Un uomo e un cane. La figura alta, magra magra di mio zio, che con la sua barba folta mi fa sempre pensare a Karl Marx oppure ad un bolscevico, uscito da una fotografia di un libro di storia; e Fred, ritto sulle sue alte zampe magre magre e il suo corpo strano, poco armonioso.
Uno accanto all'altro, nel terreno della nonna, a guardare verso i boschi che coprono la collina, con i loro occhi nocciola.




P.S. non ho purtroppo nessuna fotografia di Fred, mi riprometto di scattarne una a lui e a mio zio insieme.

lunedì 22 ottobre 2012

Udite udite

Comunico l'apertura di un nuovo blog della sottoscritta, Una sognatrice con le scarpe da tennis, dove riunirò post su vari argomenti, riflessioni, frivolezze, libri, cinema, arte, insomma, tutto quello che mi appassiona e che penso valga la pena di essere condiviso (o magari no, e sarò l'unica a bearmene, mi direte poi se vi capiterà di passare di lì :-)

Continuerò naturalmente a scrivere anche qui.

buona serata a tutti

mercoledì 17 ottobre 2012

Noi e loro



Come scrivevo recentemente sul blog Il Dolce Domani, in riferimento a questo articolo , spesso, se mi soffermo troppo a pensare, mi sento in colpa. In colpa per essere nata essere umano, nella parte benestante del mondo, e poter quindi vivere sicura e libera, e decidere più o meno della mia esistenza.
Se fossi nata di un'altra specie probabilmente alla mia età non ci sarei nemmeno arrivata, mi avrebbero ammazzata prima, e senza neanche troppi riguardi, tanto sarei stata niente più che un prodotto, un cibo che ancora cammina. Avrei vissuto prigioniera, in un posto gradevole se mi andava bene, o magari neanche quello, e sarei cresciuta in un box in un capannone e non avrei mai visto la luce del sole, non avrei mai sentito il vento sul viso, non avrei mai potuto conoscere la felicità e l'amicizia.
Eppure sarei comunque stata io, diversa, sì, la mia struttura mentale sarebbe stata altra, certamente, ma sarei stata io. E nessuno lo avrebbe mai saputo, a nessuno sarebbe mai importato. Avrei avuto la mia personalità, e dopo di me non ci sarebbe più stato un individuo davvero identico a ciò che ero io, eppure sarei stata trattata come un oggetto e nessuno mi avrebbe mai teso una mano.
Non vi sarebbe stata salvezza, e io lo avrei saputo, e avrei avuto tanta paura, un vero terrore, e allo stesso tempo sarei stata così triste, io che non avrei voluto altro che un po' di compassione, un po' d'amore, un po' di dignità.

Tutto è una fatalità. Ad esempio nascere in un paese pieno di benessere anziché in una nazione povera; nascere maschio o femmina; essere umano o animale.
 Questo pensiero dovrebbe aiutarci a metterci nei panni degli altri, specialmente di quelli che non hanno colpe della propria sventura. Empatia. Ma spesso siamo troppo presi dalla nostra quotidianità con i suoi piccoli grandi problemi, e dalle nostre piccole grandi miserie personali, e per la sofferenza altrui non resta che un piccolo pensiero e un sospiro. Come cantava De André, "per tutti il dolore degli altri è dolore a metà". Specialmente quello degli animali, ultimi degli ultimi nella generale scala di importanza.
Spesso, mentre sono in giro, per la città, o sul treno, vorrei chiedere alla gente intorno a me, pensate mai a loro? Sì, loro, gli animali. Che ne pensate? Che posto hanno nella vostra vita? Perché viviamo tutti come se la loro quotidiana tragedia non ci riguardasse, o fosse una sofferenza di serie B rispetto alla nostra? Credete che non meritino la nostra protezione, il nostro rispetto? Eppure sono esseri viventi, proprio come noi, non sono cose, questo almeno lo riconoscete.

Se provassimo anche solo per un istante quello che provano loro, vittime inermi della nostra brutalità legalizzata, sono certa che non dimenticheremmo mai quel terrore e quella infinita infelicità.
E allora sì, capiremmo che cosa significa essere loro.






lunedì 1 ottobre 2012

Un po' di leggerezza...con il gatto di Simon

In un blog dalla parte degli animali spesso, purtroppo, bisogna scrivere di episodi che vanno dal triste al terribile, e più ci si addentra nell'argomento più sembra che le angherie dell'Uomo nei loro confronti non conoscano limiti.
Io cerco di intercalare post che raccontano questo aspetto a racconti felici di animali che popolano la mia vita o con storie a lieto fine che penso vadano raccontate per dimostrare che un destino sereno è possibile anche per loro.
Questo post si inserisce in questo "filone".
Forse lo conoscete già, io ho scoperto le avventure di questo gatto recentemente e lo trovo fantastico, spero vi divertiate a guardarlo come mi diverto io  :-)


giovedì 27 settembre 2012

...e buona caccia

Ogni anno, puntuale, torna la stagione di caccia. Ogni anno, da quando sono piccola, vedo il servizio che alla TV svizzera dedicano a questo tema. Le solite immagini di cacciatori appostati nei boschi o in montagna, con l'occhio sul mirino del loro fucile, e nel mirino un ignaro animale che tranquillo sta vivendo la propria giornata come sempre. E poi le immancabili scene di un cervo abbattuto, steso per terra o nel capiente bagagliaio di un fuoristrada, maestoso anche nella morte, perché la sua bellezza, quella, non hanno potuto togliergliela.
In concomitanza compaiono nei ristoranti e  nei negozi prodotti tipici a base di selvaggina, che fanno tanto autunno, con il disegnino dei malcapitati animali impresso sulle confezioni. Paté, salami, filetti, un tripudio di specialità di stagione tanto gourmet.
Sempre in TV non manca il solito dibattito tra cacciatori e animalisti, eterna discussione che sento da sempre.
L'associazione dei cacciatori punta sempre di più a porsi come "regolatori della selvaggina". Già il chiamare le vittime della caccia col generico nome di selvaggina a me ha sempre dato da pensare. E' come la parola bestiame, non trovate? Termini che in fondo riducono gli animali ad una massa indistinta di "capi", sacrificabili perché indistinti, privati nella concezione comune di personalità e emozioni proprie.
A parte questo, non capisco quale diritto abbiamo di farci "regolatori di selvaggina", o di qualsiasi altra specie animale del resto. Il mondo non è solo nostro, non siamo gli unici abitanti di questo pianeta, e forse dovremmo finalmente imparare a convivere pacificamente, oltre che tra noi, con le altre specie, e non agire nei loro riguardi sempre e solo mossi dal nostro punto di vista e dai nostri interessi materiali.
Posso capire che alcuni animali, tipo i cinghiali, producono effettivamente parecchi danni con le loro scorribande, e che ciò non sia piacevole. Anche a me girerebbero le scatole. Ma non mi metterei mai a sparargli addosso. Devono esistere soluzioni non violente.

Ho qui sotto gli occhi una pagina di giornale che ho ritagliato l'anno scorso di questi tempi, e che riporta l'intervista ad un cacciatore ticinese.
Il quale afferma per esempio:
"Direi che esiste un modo di praticare la caccia autentico e originario. Faccio un esempio: un conto è andare a sparare a cento metri dalla strada, un altro è farsi 1.500 metri di dislivello, prendere un animale e portarselo in spalla fino al piano. Capisco bene che chi non è nato in montagna può anche non capire e conoscere questo modo di vivere la caccia".

E poi:
"Come per la maggioranza delle passioni, la caccia è una questione molto personale. Solo provando a viverla puoi capire veramente cos'è. Per quanto mi concerne, è profondamente legata al rapporto che ho con la montagna e la natura. Direi addirittura che andare a caccia mi fa bene, non ho timori a dirlo apertamente, e questo non tanto per l'aspetto istintivo(...). Il punto essenziale per me è piuttosto quello primordiale legato alle nostre origini, lo stare in mezzo alla natura, che mi obbliga a sviluppare i miei sensi, muovermi con cautela e imparare a conoscere gli animali. In definitiva, la caccia è parte integrante  del mio appartenere alla montagna."

E:
"Noi tutti abbiamo nel nostro animo un istinto predatorio. In passato, quando si andava a caccia per sussistenza, questo si manifestava apertamente, oggi meno, però occorre essere coscienti che è una cosa che riguarda tutti. (...) Vorrei però rendere attenti a una cosa: in genere le prede vengono uccise immediatamente, dopo che hanno vissuto in libertà. E' molto peggio quanto si fa oggi per la produzione di carne in grandi quantità in allevamenti deleteri. (...) Un cacciatore coscienzioso sa abbattere un animale in modo indolore, può comunque capitare di sbagliare, è capitato anche a me. Si cerca però sempre di rendere il passaggio tra la vita e la morte immediato".

Io con i cacciatori sono intollerante, lo ammetto, e non me ne vergogno. Mi fa ridere sentire che la caccia è un modo di stare nella natura e di conoscere gli animali. Conoscere gli animali dovrebbe equivalere a rispettarli. Strappare loro la vita con un colpo di fucile non mi sembra esattamente un atto d'amore né verso di loro né verso la natura. Che quegli animali fino a quel momento abbiano vissuto liberi e presumo felici in un bosco o in montagna, a differenza dei disgraziati animali allevati per l'industria della carne, non mi pare un'attenuante. Sempre ammazzati sono stati, sempre destinati all'industria alimentare sono. Avrebbero potuto continuare la loro esistenza ancora a lungo, e invece, in modo arbitrario, gli è stato negato.
Probabilmente questo cacciatore era in buona fede e crede in ciò che ha dichiarato, ma a me le sue parole suonano tanto come luoghi comuni: l'uomo pervaso da un istinto predatorio mai sopito, che io però non ho mai sperimentato, né, mi sembra, parecchie persone di mia conoscenza, che mai sparerebbero ad un animale indifeso, e poi il binomio cacciatore natura, in cui il cacciatore è parte regolatrice appunto della natura e parte di essa, lui che si è inerpicato per sentieri impervi, solo, e  magnanimo toglie la vita, sì, ma in modo indolore.
E, ultimo ma non ultimo, il concetto di caccia come passione, e quindi come hobby, come sport. Io credo che una passione non possa più definirsi sana nel momento in cui vai a nuocere a qualcun'altro.
Ma probabilmente io sono solo una di quegli animalisti sentimentali che non capiscono la nobile arte venatoria.





domenica 23 settembre 2012

Non lasciarmi

Nella mia strada, a pochi passi dal mio portone, c'è una clinica veterinaria. Qualche tempo fa passandoci davanti ho ascoltato stralci di una telefonata che una giovane donna stava facendo al cellulare, con suo padre. Gli stava comunicando le condizioni di un animale, io ho pensato che si trattasse di un cane, ma poteva benissimo essere un gatto o un coniglio, o altro ancora.
Poco dopo sono ripassata da lì, dopo aver preso in casa due cose che mi servivano, e la ragazza era ancora fuori dalla clinica, sempre al telefono, ma adesso piangeva, e diceva a suo padre che era meglio prendere quella decisione, che ormai la situazione era troppo grave e dolorosa.
Le sue lacrime, la sua voce spezzata, mi hanno riportato alla mente una scena analoga cui ho assistito alcuni anni fa presso lo studio veterinario in Svizzera dove da sempre portiamo i nostri animaletti. Quella volta nella sala d'aspetto con noi c'era una signora sui sessant'anni, e in grembo teneva un trasportino di vimini con all'interno un gatto minuto (io pensai che potesse essere una gattina), che se stava tranquillo, forse troppo.
Dopo le vaccinazioni al nostro gatto io e mia mamma siamo uscite dalla sala di visita e abbiamo rivisto la signora, che era stata chiamata poco prima di noi nell'altra stanza.
Il trasportino era vuoto, e lei piangeva, stringendolo tra le braccia.

Gli animali che vivono con noi sono parte della nostra vita, sono componenti della nostra famiglia, e il legame che si crea tra noi e loro è spesso fortissimo, un vero punto fermo della nostra esistenza. La loro morte ci porta via il loro affetto, i piccoli grandi guai che ci facevano arrabbiare ma che ci mancheranno tanto, le abitudini che avevamo preso stando con loro.
Se penso alla mia esperienza, posso dire che ogni animale che ha vissuto con me ha lasciato un vuoto. Ognuno di loro è stato unico e irripetibile, e per tutti ho pianto. Alcuni se ne sono andati dolcemente, addormentandosi, e allora è più facile. Altri, soprattutto i porcellini d'India, sono morti in seguito a patologie che hanno causato un'agonia cui spero di non assistere più. Anche per questo per il coniglio Puskin abbiamo preso la decisione dell'eutanasia, dopo che era stato gravemente colpito da una malattia neurologica che interferiva in modo pesante con ogni attività che lui volesse svolgere.

Quando sono a casa in Svizzera Hitch viene sempre a dormire con me. Ad un certo punto della notte poi va a reclamare crocchette da mia mamma (anche se magari ne ha ancora nel piattino, niente, lui deve andare da lei e farsi accompagnare a mangiare), poi si mette sulla poltrona nella mia camera e dorme finché non ci alziamo. Guardandolo avvoltolato sulla poltrona (tra l'altro sempre piena di pelo bianco e semi distrutta un po' da lui un po' dai gerbilli che a suo tempo si crearono dei buchi sotto la seduta per infilarsi lì a dormire), ultimamente penso a volte che il nostro bambino peloso ha quindici anni, e che quel momento si avvicina inesorabile. Il Tempo che scivola via un giorno se lo porterà via con sé. E penso allora, non lasciarmi Hitch, e neanche tu, gamaldo Freud, miei carissimi amici pelosi.
Ma so che un giorno dovrò affrontare il distacco da loro, e che dovrò accettarlo. Che ci saranno di certo altri mici, cani, spero, e tanti altri piccoli animali come il mio criceto Clint, e che con ognuno sarà una storia diversa che varrà la pena di vivere.
Portando sempre nei ricordi tutto l'affetto e i tanti momenti vissuti con coloro che non ci sono più, almeno fisicamente, ma che forse continuano ad esistere in un altro modo (vedi il mio post Un amore di Qui e d'Altrove).

Una volta il nostro veterinario, un uomo pratico, poco incline al sentimentalismo, ma secondo me pieno di umanità e saggezza, che certamente fa sempre tutto quanto in suo potere per aiutare i suoi piccoli pazienti, ci disse: "Non è importante quanto un animale vive, ma quanto amore ci dà, e quanto gliene diamo noi".
Non ho mai dimenticato quelle parole, e penso che siano molto vere. Dobbiamo accettare che il tempo su questa terra degli animali domestici sia limitato rispetto al nostro, e cercare di vivere al massimo gli anni concessi, riempiendoli di momenti felici che resteranno nel nostro ricordo per sempre e che ci faranno affiorare un sorriso nei tempi a venire, insieme alla certezza di avere garantito loro un'esistenza serena.

Hitchie in versione "mammone senza ritegno" con mia (sua) mamma





sabato 15 settembre 2012

Un volo al crepuscolo

Quest'estate, ogni sera alla stessa ora, un pipistrello volava rapido davanti alla terrazza, una piccola leggera silhouette che si stagliava appena sul buio della notte, e dopo agili evoluzioni scompariva nelle tenebre.
Strani, misteriosi animali, vere creature della notte, ammantati di superstizione ma anche di fascino, e ultimamente rivalutati e fatti conoscere oltre le idee stereotipate dell'immaginario collettivo.

 Anni fa, un mattino, sotto al divano trovammo un minuscolo pipistrello. Era entrato la sera prima, evidentemente, senza che ce ne accorgessimo, e ora se ne stava avvolto nelle sue ali nere sotto al divano.
Decidemmo di tenerlo in casa fino a sera. Andai a prendere in cantina una gabbia per roditori che al momento era vuota, e sistemammo lì il piccoletto. Era così minuto che stava comodamente nel palmo di una mano.
Il suo minuscolo perfetto faccino aveva un che di vampiresco che deliziava il mio gusto gotico. Era come un gargoyle in miniatura.
Lo tenemmo d'occhio per tutto il giorno, un po' preoccupati di vederlo sempre nel suo angolino, stretto nelle sue ali. In realtà da buon animale notturno stava solo dormendo, immagino anche contrariato di trovarsi in un posto sconosciuto con degli umani che gli stavano con il fiato sul collo.
Dopo cena, mentre scendeva la sera, io e mia mamma lo portammo sul balcone della mia camera. Lei lo prese in mano e lo appoggiò con delicatezza sul parapetto. Il pipistrellino restò un attimo immobile, poi mosse il suo capino da una parte e dall'altra, come per saggiare le tenebre che scendevano. Aprì le ali, le sue grandi splendide ali nere di piccolo vampiro, che lo fecero diventare almeno il doppio.
E spiccò il volo. Lo guardai volare sul giardino, sfiorare i rami del castagno e sparire nel crepuscolo che cedeva il passo al buio.
Io e mia mamma ci guardammo con un sorriso, felici di avere riconsegnato il piccolo alla notte e alla libertà.








lunedì 13 agosto 2012

Semi di zoofilia #1




" Il povero non aveva nulla, se non una sola pecorella piccina che egli aveva comperato e allevato; essa gli era cresciuta in casa insieme con i figli, mangiando il suo pane, bevendo alla sua coppa e dormendo sul suo seno; era per lui come una figlia"

Bibbia, Secondo libro di Samuele 12,3






venerdì 10 agosto 2012

Sacrifici

L'altro giorno mentre eravamo a tavola alla radio hanno trasmesso un servizio sulla sonda della Nasa recentemente atterrata su Marte. Ascoltavo con interesse perché l'idea dello spazio, e dei viaggi spaziali, ha sempre esercitato un certo fascino sulla mia immaginazione. Proprio ultimamente stavo pensando   che mi piacerebbe scrivere dei racconti ambientati appunto in un contesto spaziale, in un'epoca in cui questo tipo di viaggio fosse possibile e ci fossero altri mondi conosciuti su cui approdare.
Non una novità, certo, ma se mi riuscisse di trovare la chiave giusta forse potrei fare qualcosa di interessante (forse, e la mia pigrizia permettendo).
Così me ne stavo lì contenta ad ascoltare l'intervista a questo esperto che parlava piacevolmente della sonda Curiosity, di Marte, delle difficoltà che ad oggi rendono impossibile mandare esseri umani così lontano (a chi interessasse è a causa della prolungata esposizione a radiazioni cosmiche cui gli astronauti sarebbero esposti durante il lungo viaggio), finché ad un certo punto l'intervistatore ha chiesto:
"Ma quando pensa che si potranno mandare lassù esseri viventi, come fu per la cagnolina Laika, o una scimmia, ad esempio?"
Questo non mi è proprio piaciuto. Avrei voluto chiedere a quel giornalista, perché invece non si offre lei volontario per essere lanciato in orbita? La povera piccola Laika sacrificata dai russi tanti anni fa, non penso sia stata felice mentre si trovava abbandonata su quella navicella che sarebbe stata anche la sua tomba.
Trovo terrificante l'idea di mandare nell'ignoto un essere senziente, solo negli abissi dello spazio, ad affrontare un lungo viaggio pieno di incognite e di solitudine, da cui con ogni probabilità non farà ritorno. E a che pro, poi? Per dimostrare che cosa?
Un'ennesima prevaricazione, un ennesimo ricorso agli animali come a soggetti sacrificabili da utilizzare per sondare il terreno, per sperimentare in nostra vece. Persino nello spazio vogliamo esportare il nostro antropocentrismo terrestre?

Tutto ciò mi ha riportato alla mente le parole conclusive di un episodio di Dylan Dog, Alfa e Omega, storia di influssi extraterrestri che Dylan scopre infine essere dovuti ad uno scimpanzé mandato molti anni prima nello spazio, dove, dopo che la navicella aveva smarrito la rotta, era sopravvissuto, acquisendo capacità mentali immense.
In generale non una delle mie storie preferite, ma amo moltissimo il finale, quando la scimmia racconta a Dylan la sua storia.
Riporto qui sotto le sue parole, scritte da Tiziano Sclavi, e la tavola conclusiva.

"Omega portava nella capsula un essere vivente...io. Il mio nome in codice era Alfa...Non è buffo? Alfa e Omega, le due lettere greche che simboleggiano il principio e la fine...
Mi lanciarono lassù sapendo che non sarei mai tornato...un sacrificio programmato in nome della scienza!
Gli elettrodi conficcati nel mio cervello dovevano trasmettere a terra chissà quali informazioni...finché Omega non fosse esploso...principio e fine dovevano bruciare nel fuoco di una nuova, piccola, inutile stella...
Ma non fu così. Qualcosa non funzionò. Il satellite, come sai, uscì dall'orbita, e volò verso l'infinito.
Puoi immaginarti quello che provavo? Solo, nel vuoto, andando incontro a quella morte così strana, così immensa?
No, non puoi...nessuno può...quello era il terrore...ciò che io ho seminato qui, oggi, è solo una piccola, ridicola paura...
Quell'uomo, quello che ti ha parlato di Omega, non ha fatto cenno a me. Mi hanno dimenticato...per loro, per il mondo intero, io sono come il nulla nel quale mi hanno scagliato..."
(Dylan Dog n.9, Alfa e Omega, testi di Tiziano Sclavi, disegni di Corrado Roi)

Tavola di Corrado Roi, Dylan Dog n.9





martedì 24 luglio 2012

Cartoline d'estate


Mi scuso con i miei lettori per non aver prodotto ultimamente post particolarmente pensati e "di spessore", cercherò di rimediare durante le imminenti vacanze.
Intanto vi lascio due foto delle mie tartarughe, splendidi strani animali, e, con quella faccina antica, interessanti soggetti per la mia macchina fotografica.
Due cartoline d'estate che dedico a voi che passate a leggermi  :-)


mercoledì 18 luglio 2012

Mano nella zampa



Pubblico questa immagine trovata in internet e relativa alla liberazione di alcuni beagles dalla fabbrica di cani da laboratorio Green Hill avvenuta qualche tempo fa.
La pubblico perché oggi la Green Hill è stata posta sotto sequestro. Ma la pubblico anche perché mi sembra un'immagine simbolo per chi ha a cuore la liberazione degli animali dallo sfruttamento e dalla sofferenza.
Questo piccolo cane indifeso portato in salvo oltre il filo spinato da mani benevole (così diverse da quelle crudeli dei vivisettori che certamente mai gli avrebbero riservato una carezza o un tocco amorevole), racchiude un messaggio di speranza per gli innumerevoli altri animali prigionieri dei laboratori e degli allevamenti, ma anche un invito a noi esseri umani a tendere loro, finalmente, la nostra mano.


lunedì 16 luglio 2012

Clint




Presto saranno tre mesi che Clint è entrato nella mia vita. Clint è un piccolo essere ciccioso dalle manine e i piedini rosa, un criceto russo davvero minuscolo quando l'ho portato a casa e ora cresciuto e fattosi robusto, per quanto possa essere robusto un criceto russo.
Clint è un milanese doc, infatti è nato in questa città. Ha anche un nome appropriato alla sua personalità, perché dopo averlo battezzato Clint in omaggio a Clint Eastwood, attore che per me rimane soprattutto l'ispettore Callaghan oppure l'istruttore Gunny dell'omonimo suo film (personaggi dal caratteraccio e battute fantastiche), conoscendo il mio piccolo amico ho scoperto con soddisfazione in lui una tempra agguerrita e forte che mi ha stupito in un tale esserino.
Clint è curioso e non si tira indietro. E' molto socievole, gli piace farsi accarezzare la testa per esempio, e lo si può anche prendere in mano, da dove lui scruta intorno; ma è anche gelosissimo delle sue proprietà e corre fuori di casa come un razzo appena sente movimenti sospetti nella sua gabbia, e non esita a lanciarsi sulla mia mano se senza preavviso mi appresto a tirare fuori la ciotolina dell'acqua o quella del cibo, o il suo tubo di plastica divenuto soprattutto la sua toilette. Allora con le minuscole manine cerca di arraffare le mie dita, risentito.
Oppure quando per un piccolo dispetto muovo con la punta di un dito i gusci vuoti dei semini che si è pappato, che lui butta fuori di casa attraverso una piccola fessura in una parete, ecco comparire da sotto la stessa fessura le sue piccole mani rosa, che cercano di riprendersi gli scarti, irritato dalla mia intrusione.


nella sua amata sabbietta


Amo la sua piccola forte natura con un che di temerario, i suoi vigili occhietti neri, il suo rotolarsi beato nella vaschetta della sabbia, massima goduria, il suo musetto che si affaccia sulla soglia quando torno a casa e lo chiamo per salutarlo, le sue manine che prendono i semi dalle mie dita, l'entusiasmo con cui si pappa le giornaliere foglioline di insalata.
Adesso che è in vacanza in Svizzera fino a settembre, vedere qui la sua gabbia vuota è un po' triste.
Lui che ha avuto un momento di sconforto soltanto nel metrò, quando due settimane fa siamo andati alla stazione, e se ne stava acquattato con aria afflitta nel piccolo trasportino, sopraffatto da tutti quei rumori là fuori. Ma già mentre aspettavamo il treno è tornato il piccolo combattivo Clint, che risentito per quel trambusto rosicchiava per sfogare la tensione la casetta di cartone che gli avevo fatto per il viaggio, e che poi sul treno ha alternato pisolini vagamente afflitti, come a dire, vabbè, a questo punto dormo, a rosicchiate al cartone. Sono sicura che se al confine un doganiere avesse avuto l'idea di mettere un dito dentro al trasportino, Clint gli avrebbe dato un bel morso, per niente intimorito da un omone in divisa  :-)

Buona vacanza Clint



lunedì 2 luglio 2012

Commercio di vite

Questa mattina è passato in studio un signore a ritirare del materiale, e tra una cosa e l'altra ci ha raccontato che nel giardino della sua casetta in montagna ha fatto costruire un bel pollaio, in cui ha messo inizialmente tre galline, soprattutto per far contente le sue bambine che sono in vacanza lì, e che si occupano volentieri degli animali.
Fin qui, una bella storia. Tra l'altro non ha alcuna intenzione di mangiarsi le galline, le tiene unicamente per le uova e come animali da cortile. Poi le figlie hanno già dato un nome alle pennute, quindi ero contenta di ascoltare questa storia.
Poi però ci ha raccontato di aver deciso di prendere ancora qualche gallina e un galletto, così insieme alla bambina più piccola è sceso, mi pare di ricordare, vicino a Bergamo, in un mercato di animali.
Lui lo ha descritto come un posto bellissimo, appunto perché pieno di galline, pulcini, galli, conigli, e non so se anche animali più grossi. Ovviamente la bambina era tutta contenta di vedere tutti questi animaletti.
Peccato che in questo posto gli animali vengano tranquillamente venduti anche per finire in padella.
Mi si dirà, e vabé, dopotutto quanti conigli e quanti polli finiscono la loro vita per dilettare il nostro palato? Questo purtroppo è vero, non mi ci fate pensare.
Ma l'idea di questi  timidi conigli un po' vecchi venduti, o svenduti, a 5 euro a gente che appena arrivata a casa li accoppa e li prepara per cena, devo dire che mi ha rovinato la mattinata.
"Ma lo vuole mangiare subito?" hanno chiesto a questo signore, che si era fermato ad osservare i conigli, pensando per un attimo di prenderne qualcuno (non per mangiarlo, per tenerlo in montagna).
Oppure, a proposito dei pulcini, gli hanno detto:
"Ma li vuole per ingrassarli o cosa?"
E lui gli ha risposto che no, erano per le sue figlie, per il pollaio che aveva costruito.
"Ah, allora prenda questi" gli ha detto il tizio del mercato.

Insomma, a me un posto del genere mette i brividi. Ancora una volta, gli animali diventano una merce come un'altra, corpi di cui disporre secondo i nostri desideri.
Vuoi una gallina per avere le uova? Eccola. Ma anche se la vuoi per cucinarla bollita non c'è problema. Te la vendiamo. Sono gli affari. Ecco un coniglio ben cresciuto da accoppare e fare in padella tu stesso, prego. Ah, lo vuole per sua figlia come animale da compagnia? Certo, perché no. Cinque euro.
Pulcini per ogni esigenza, da regalare a Pasqua, magari, o da ingrasso, sì, come cibo sono perfetti. Ma sono anche graziosi, per i vostri bambini.
La tristezza, lo squallore, la crudeltà di un mercato di animali. Vite in balia dei nostri capricci.
Com'è che posti del genere non vengono chiusi? Perché questo "commercio" non viene vietato?
Questo non salverebbe la vita di tanti e tanti altri animali, che lontano dai nostri occhi finiscono la loro vita in un macello, è vero. Ma sarebbe comunque un passo nella giusta direzione, una conquista di civiltà.

Mi viene in mente il titolo di un convegno sui conigli e sul nostro rapporto con questi timidi animali, anche loro tanto sfruttati dall'Uomo (che allo stesso tempo, nella sua schizofrenia, riserva invece ad alcuni fortunati esemplari una vita di agi nella propria casa, da vero pet).
 Si intitolava, quel convegno, "Dalla padella all'abbraccio". Ecco. Sarebbe così semplice, capire che quel "cibo" è in realtà un animale da accarezzare e da amare, o almeno da rispettare.
Chissà quando capiremo che le vite degli animali non ci appartengono, e che non abbiamo alcun diritto di decidere arbitrariamente del loro destino.




sabato 16 giugno 2012

Volato via

Stamattina stavo andando in Corso Buenos Aires a prendere due cose quando su un marciapiede di Viale Monza mi sono imbattuta in un piccione dall'aria molto debole e malmessa.
Se ne stava immobile sull'asfalto, tutto raccolto su se stesso. L'ho toccato delicatamente con la punta della scarpa, e lui ha mosso appena la testa.
Mi sono detta che non potevo lasciarlo lì, in balia degli eventi e, forse, di qualche passante malintenzionato. Così sono tornata velocemente a casa a recuperare una vecchia borsa e dei guanti da lavoro che uso per i lavori casalinghi più turpi (senza offesa per il povero piccione, ma con gli animali selvatici non si sa mai).
Torno in Viale Monza e non lo vedo più dove stava prima. Qualcuno lo ha spostato su un muretto, immagino per compassione, per toglierlo almeno dal centro del marciapiede.
Lo prendo tra le mani, e lui si dibatte appena, poi si lascia infilare nella borsa senza opporre resistenza.
E così me ne sono tornata a casa con lui.
L'ho sistemato sul terrazzino, all'ombra, in una scatola. Non mi sono fatta molte illusioni che potesse riprendersi, si vedeva che non gli restava molto da vivere.
L'ho accarezzato delicatamente e l'ho lasciato tranquillo nella sua scatola. E' morto dopo circa un'ora.
Ma almeno non è morto su quel marciapiede, nell'indifferenza della maggior parte dei passanti, nell'incessante rumore del traffico e di quello saltuario del metrò sottostante.
Domani mattina lo porterò al parco, e lo lascerò sotto ad un cespuglio lungo il naviglio.


Tante persone odiano i piccioni. E' uno di quegli animali su cui gravano enormi pregiudizi. Io ho sempre avuto invece simpatia per queste creature, e mi hanno fatto sempre un'enorme tenerezza. Li vedo così indifesi, spesso con una zampetta ferita e rattrappita, o addirittura con una sola zampa.
Alla stazione, quando aspetto il treno, li osservo sempre e mi piacerebbe poter dir loro: "Volate via, andate lontano dalla città, andate in campagna, tra l'erba verde e i fiori, lontano dai pericoli della metropoli, da questa gente che spesso vi disprezza e che si diverte addirittura a farvi del male".
Immagino il mio povero piccione spiccare nuovamente il volo in un cielo azzurro, e volare in alto, e lontano, verso le montagne laggiù all'orizzonte, mentre Viale Monza, e tutta Milano, si fa sempre più lontana e piccina.
Volato via in un caldo mattino di giugno, per il suo ultimo viaggio.


sabato 2 giugno 2012

Quindici



Un post dedicato a Hitchcock, detto Hitch, che qualche giorno fa ha compiuto quindici anni.
Caro Hitch, nostro adorato bambino peloso, tanti auguri :-)
Mi ricordo quando appena arrivato a casa, piccolo gattino adottato al rifugio, ti sei messo a dormire nella cesta che ti avevamo preparato, e fino a sera hai ronfato beato; mi ricordo come seguivi mia mamma, che è diventata anche la tua, dappertutto; di quel topo di peluche che era mio e che quando non c'eravamo ti portavi appresso, come un amico di pezza; di come appena sei stato abbastanza robusto hai imparato ad appenderti alla maniglia della porta d'ingresso per aprirla; della tua prima uscita, con l'incontro con il pastore tedesco del vicino, mentre io e mio papà assistevamo angosciati dalla finestra; di come sparivi per pomeriggi interi con quel tuo amico, il gatto bianco e nero, e di come lo portavi a mangiare crocchette con te al piano di sopra; del tuo odio amore per Freud, il gamaldo gatto dei vicini, che spesso ti scaccia dai tuoi posti preferiti, ma a cui riservi sempre un "frrrr" di saluto quando lo vedi comparire sulla terrazza; mi ricordo di quando sei tornato con le zampe piene di catrame e della fatica per pulirle; della prima nevicata che hai visto, e di come, spaventato, sei rimasto nel giardino disabitato sopra al nostro fino a sera; mi ricordo di quel rametto di pino che hai portato a casa un dicembre di tanti anni fa; dei tuoi attacchi, rari ma decisi, di uno dei quali ho una piccola cicatrice sul polso; di quanto le rare liti in cui sei stato coinvolto ti hanno sempre scosso, perché tu sei per natura un pacifista; di quella volta che pioveva a dirotto e tu, terrorizzato, stavi sotto alla Clio, nel piazzale, e intorno ti si formava una specie di laghetto, e finalmente mia mamma è riuscita a tirarti fuori ed è corsa su per le scale del giardino, verso casa, e tu te ne stavi abbarbicato a lei neanche fossi stato la vittima di un alluvione; di tutte le volte che ti ho arraffato per la coda per toglierti da qualche siepe, verso sera, quando era ora di tenerti dentro per la notte; dei tuoi folli giochi di cucciolo; di come hai acquisito con il passare del tempo la capacità di esprimerti con una grande varietà di suoni; di quella volta che ti sei pappato un pezzo di burro che stava nel pentolino in attesa di essere fuso; di tutte le notti che hai dormito sul mio piumone; e di tante altre cose.

Buon compleanno, mio caro Hitchie. Che la tua vecchiaia sia serena come sereni sono stati gli anni dietro di te.

martedì 29 maggio 2012

Liberazioni





Molti di voi probabilmente avranno già visto questa foto. Io l'ho vista per la prima volta qualche tempo fa, sul blog Asinus Novus, in questo articolo.
E' una di quelle immagini che preferirei non avere mai visto, una di quelle cose che avrei preferito non sapere. Spesso preferirei mettere la testa sotto la sabbia, e ignorare per sempre l'orrore che circonda tanti animali. Vorrei dimenticare tutto ciò che so al riguardo, e vivere pensando che la mia empatia verso gli animali sia la norma a questo mondo.
Ma lo sguardo di questa scimmietta, imprigionata, sottoposta ad esperimenti, e come se non bastasse, e forse questa è la cosa peggiore, umiliata con quella parola tatuata sulla fronte, quello scherno perenne misto a disprezzo, tutto questo mi induce a non poter dimenticare mai, a non poter vivere come se questi orrendi soprusi non esistessero. Se persino io, e tutte le persone come me, abbandonano questi infelici, anche solo con il pensiero, allora queste vittime saranno ancora più sole.
Immagini come questa, e come molte altre probabilmente, devono aprirci gli occhi, per quanto possa essere doloroso.
Creature come questa povera piccola scimmia hanno bisogno di noi. Gli innumerevoli prigionieri dei laboratori di ricerca; gli ancor più innumerevoli animali destinati a venire uccisi nei macelli, considerati merce fin dalla nascita; e tutte le bestie sottomesse ai capricci e alle presunte necessità dell'Uomo.

L'ho già scritto nel primo post di questo blog, ma voglio ripeterlo.
Da bambina con l'immaginazione avevo creato un rifugio bellissimo, nascosto tra le Alpi, in una vallata di quelle belle montagne, percorsa dal vento che faceva ondeggiare i fiori montani e l'erba verde.
Un rifugio sicuro e sereno per tanti animali salvati dai laboratori, dai macelli, da barbare "feste" popolari, e chi più ne ha più ne metta.
Un'agguerrita ed efficientissima Organizzazione segreta ne portava in salvo moltissimi, per nasconderli nel rifugio tra le montagne, o trovando loro altri luoghi sicuri dove potessero finalmente vivere una vita degna di questo nome e dove le loro ferite, fisiche e spirituali, potessero guarire.
Purtroppo era solo la mia fantasia. Un modo, penso, per convivere con la sensazione di impotenza verso questa gigantesca tragedia nascosta e camuffata con cento scuse che è lo sfruttamento degli animali non umani.
Mi capita ancora di attingere a quella mia fantasia, per credere per un attimo che sia una realtà, che posso fare effettivamente qualcosa.
Così voglio immaginare per questa scimmietta, di cui ignoro la sorte, un lieto fine. Voglio immaginare che dopo tante sofferenze, dopo tanto quotidiano scherno, sia stata portata lassù, nel rifugio tra le Alpi, e quell'orrendo tatuaggio sia sbiadito al sole montano, e sulla pelle abbia finalmente sentito la carezza del vento, e che braccia amiche l'abbiano stretta, la sera, in un tenero abbraccio.

Milioni di animali, quotidianamente, sono alla mercé di persone che sembrano aver smarrito qualsiasi empatia e compassione. Nel peggiore dei casi, poi, a questa freddezza si aggiunge anche la crudeltà, l'umiliazione, il piacere di infierire su questi esseri che sono tra gli ultimi della terra, un po' come spesso avviene in guerra, quando sul nemico sconfitto i vincitori sfogano quella che definirei una pulsione oscura, solitamente tenuta a freno nella vita quotidiana, e che la follia dei conflitti porta in superficie.
Ricordate Apocalypse Now? La follia dell'uomo verso l'uomo, magistralmente rappresentata da Coppola sullo sfondo della guerra del Vietnam, è la stessa follia che l'Uomo esercita, ogni giorno, sugli altri animali, e spesso senza nemmeno suscitare quella riprovazione che suscita, giustamente, se le vittime sono altri umani.
 Il "cuore di tenebra" dell'omonimo splendido libro di Joseph Conrad, a cui questo grande film è ispirato, potrebbe essere a mio modo di vedere una tristemente perfetta definizione per racchiudere la violenza perpetrata quotidianamente sugli animali. E le parole del colonnello Kurz, "l'orrore, l'orrore", si estendono a tutte le vittime non umane di questa società impregnata di specismo.

La recente liberazione di alcuni beagles dal famigerato Green Hill ha riportato alla ribalta del grande pubblico la questione dell'attivismo animalista.
Tutti hanno sentito che quell'atto è stato giusto, perché mirava a salvare delle vite. Tutti si sono indignati per l'arresto degli attivisti, e molti si sono chiesti se una legge che consente la sperimentazione e punisce chi sottrae alla sofferenza degli esseri viventi, sia una legge giusta.
La reazione della stragrande maggioranza della popolazione è stata dunque di solidarietà con queste persone coraggiose, e con questi cani.
Occorre però coltivare la stessa empatia per tutti gli animali prigionieri e accogliere con la stessa esultanza le liberazioni di animali d'allevamento, o di ratti di laboratorio. Il cane è ovviamente un animale che ci è particolarmente vicino e dunque caro, ma non possiamo dimenticare tutti gli altri. Non ci sono animali di serie A e animali di serie B. Tutti meritano la nostra compassione, la nostra vicinanza, il nostro aiuto.

Personalmente non so se avrei il coraggio di andare a liberare degli animali. Non tanto per le possibili conseguenze penali. Il fatto è che credo non potrei sostenere quello che troverei in quei luoghi, e il non poter probabilmente mettere in salvo tutti.
Quello che farei con tutto il cuore è occuparmi di quegli animali dopo, ridare loro fiducia e non fare mai mancare una carezza, accompagnandoli verso una vita finalmente serena.
In questo non mi tirerei mai indietro. Ma trovarmi faccia a faccia con l'orrore della loro prigionia, in tutta onestà non so se ne ho la tempra.

Ho intitolato questo post Liberazioni. Perché ritengo che è questo ciò di cui tanti e tanti animali hanno davvero bisogno. Che si vada a portarli via dai luoghi d'orrore in cui sono tenuti, che li si liberi.
Le parole, o i sogni, purtroppo non li strapperanno alla sofferenza. Loro continueranno ad essere umiliati e a morire intanto che, forse, lentamente, gli esseri umani cambieranno il loro modo di rapportarsi agli animali.
Tutta la mia ammirazione quindi per gli attivisti di Green Hill e per tutti gli altri in giro per il mondo che  agiscono, in barba alle nostre leggi umane che proteggono i laboratori di vivisezione o gli allevamenti di animali a scopo alimentare o per trasformarli magari in pellicce.
Queste persone coraggiose, additate spesso dalla nostra società come fanatici, o eccessivi, ma che in realtà con le loro azioni cambiano davvero le cose, dando a degli animali altrimenti condannati la possibilità di vivere. Dando loro dunque quel diritto ad un'esistenza degna e naturale, che parrebbe basilare, ma che con tanta noncuranza viene di continuo calpestato.





mercoledì 23 maggio 2012

Gatti del Monumentale




Se c'è un luogo di Milano che amo, quello è il Cimitero Monumentale. Sarà per la mia vena gotica, sarà per l'innegabile fascino di questo luogo gremito di monumenti, statue, antichi visi che guardano in eterno dalle loro vecchie cornici, per le mille storie nascoste dietro i tanti e tanti nomi.
Ogni volta si scopre qualcosa che la volta precedente era sfuggita, e si potrebbe passare un giorno intero a camminare per i viali, tra le cappelle e le tombe, mentre fuori Milano vive la sua vita frenetica.
Tra le mura del vasto cimitero invece pare di trovarsi in un altro tempo, in un mondo di pietra, ricordi, fiori e alberi, un luogo sospeso da qualche parte.
Sto realizzando una serie di foto sul Monumentale, anche se non so quando potrò dire concluso questo mio progetto, visto che ci sono talmente tante cose interessanti che scegliere diventa difficile.
Durante le mie escursioni fotografiche mi sono imbattuta anche nei gatti che vivono là.
Qui sopra una polaroid fatta anni fa, con un perfetto abitante del Monumentale, un gatto nero.
Sotto invece un micio in cui mi sono imbattuta proprio stamattina, e che mi ha seguita tutto il tempo come un fido assistente. Avrei voluto portarmelo via, anche perché dalla foto non si vede ma ha una zampetta ferita. Penso però che stia bene nel grande cimitero, nell'ombra fonda degli alberi e dei cespugli, insieme agli altri mici che vivono lì. Se fossi un gatto non potrei chiedere un posto migliore, in una grande città.



domenica 20 maggio 2012

A proposito di San Francesco, o la fede in un'idea

Dedico questo post a Francesco d'Assisi, la cui figura mi ha sempre interessata, soprattutto a causa del mio amore per gli animali.  Trovare un santo che aveva considerazione anche per loro, oltre che una cosa rara, è un piccolo sollievo.
Al liceo mi imbattei per la prima volta ne Il Cantico delle Creature, un testo bellissimo a prescindere dalla sua connotazione religiosa, un'opera che ho sempre trovato commovente nel suo elogio all'armonia del mondo, al rispetto per esso e all'accettazione del corso dell'esistenza, accettazione non passiva, ma, piuttosto, serena.
In seguito ho letto un libro su san Francesco, sperando di trovare qualche notizia che potesse darmi un'idea più precisa di quella che era stata la sua vita. Ma era un libro incentrato sulla ricerca storica, e sulle sue problematiche nel caso specifico del santo di Assisi, e non mi ha granché soddisfatta.
Certo mi rendo conto che non sia semplice trovare notizie certe su persone vissute secoli fa, e penso che la loro vita rimarrà sempre come avvolta da una nebbia che impedisce una visione chiara. Ma forse questo è vero in parte anche nel nostro mondo globalizzato.
Ad ogni modo, Francesco è rimasto nella mia mente l'uomo raffigurato nei dipinti e nel nostro immaginario, circondato dagli animali, che lo guardano con la stessa benevolenza con cui lui guarda loro.

Ho letto opinioni contrastanti su di lui. Alcuni sostengono che non fosse l'amore per gli animali a spingerlo, in realtà, ma soltanto la Fede. Se non erro, Francesco fu il primo a ricevere le stigmate, a quanto si sa, dunque la Fede era certamente molto viva in lui, al punto da manifestarsi appunto anche attraverso segni fisici (cosa, tra parentesi, che ho sempre trovato piuttosto inquietante, ma questa è un'altra questione).
Personalmente non credo sia davvero importante stabilire che lui sia stato in parte un animalista ante litteram o essenzialmente un uomo che aveva votato la propria vita a Dio, e che in questa ottica predicava l'amore universale. Checché ne dicano alcuni, che ridimensionano radicalmente l'animalismo di Francesco (con a mio avviso una punta di soddisfazione, come a dire, voi animalisti vi illudete se pensate di aver trovato in lui un sostenitore della vostra causa, è soltanto suggestione), il poverello di Assisi è divenuto un simbolo della fratellanza estesa a tutte le creature, depositario di un messaggio positivo di sobrietà e rispetto che rimane luminoso ancora oggi.
La sua fama  è forse superiore ai suoi reali meriti, ma questo non lo sminuisce.
L'Idea di San Francesco rimane fulgida, offuscando può darsi le zone d'ombra che potrebbe avere avuto, come la maggior parte degli esseri umani.

Io penso che se Francesco vivesse oggi, e vedesse l'orrore sistematico che riserviamo agli animali, ci indurrebbe a rifiutare tutta questa sofferenza.
Il suo cantico sarebbe allora anche per tutte le vittime dei macelli, dei laboratori di ricerca, della crudeltà inflitta alle bestie per divertimento e abitudine.
Sono sicura che lui starebbe dalla parte degli animali sfruttati e offesi, come starebbe accanto agli ultimi della terra.
Se possedessi il talento di un grande pittore, mi piacerebbe raffigurare Francesco nelle vesti di un uomo di oggi, semplice, seduto tra gli animali più sfruttati, una mucca, un maiale, alcune galline, nel palmo di una mano un piccolo topo da laboratorio e un coniglio tenuto nell'incavo dell'altro braccio; ai suoi piedi alcuni ratti, un vitellino e un capretto che fanno capolino da dietro la sua schiena.
Un uomo dallo sguardo limpido, depositario di un messaggio d'amore a cui molti, buona parte della Chiesa compresa, guardano purtroppo con un certo sconcerto, forse perché troppo disarmante, troppo estremo per un mondo in cui troppo spesso si predica bene ma si razzola male.

In conclusione, al di là della mitizzazione operata probabilmente intorno alla figura di san Francesco, penso che dovremmo trattenere di lui l'essenza pacifica e positiva che lo ha caratterizzato.
La fede in un'idea di compassione e di amore capace di abbracciare soprattutto i più deboli e indifesi, umani e animali, al di là delle zone d'ombra di quest'uomo, al di là della sua devozione assoluta a Dio, al di là delle sue motivazioni indissolubilmente legate alla religione.
La fede in un'idea che si fa laica e rimane attuale, alla portata di tutti noi, uomini e donne degli anni duemila.

" Gli uomini che escludono dal rifugio della compassione e della pietà una qualsiasi tra le creature di Dio, si comporteranno allo stesso modo con i propri simili"

                          Francesco d'Assisi











domenica 6 maggio 2012

Un nuovo amico

Un breve post per presentarvi un piccolo nuovo amico, che da giovedì è entrato a far parte della mia vita.
Un esserino cicciottello e minuscolo, con manine e piedini rosa. Clint.
Così ho chiamato il criceto russo che potete intravedere mentre si affaccia dalla soglia di casa.
A dire la verità non so ancora se sia un maschio o una femmina, visto che essendo ancora piccolino è difficile capirlo...quindi potrebbe anche diventare una lei in futuro e cambiare nome in Gilda.
Per il momento comunque è Clint.

Giovedì pomeriggio dunque sono andata a prenderlo, come d'accordo con la signora che aveva messo l'annuncio trovato su internet. Arrivata al giardinetto di piazza Guardi mi trovo davanti una gran confusione di bambini, mamme, vecchietti.
Non so se conoscete il libro Ubaldo dove sei?. Sono dei volumi illustrati, e in ogni doppia pagina c'è disegnata una fitta folla, nella quale bisogna trovare Ubaldo, appunto, un tizio con gli occhiali e un maglione a righe rosse e bianche. Da bambina mi divertivo un sacco a cercarlo, ma anche a osservare tutte quelle personcine disegnate.
Comunque, quel giardinetto affollato pareva uscito dalle pagine di quel libro. Se non l'avessi chiamata sul cellulare credo che non avrei mai trovato la signora, che mi aveva detto di avere una borsa della spesa verde. Grazie alle sue istruzioni la avvisto e tra due piccoli e tenerissimi cricetini scelgo quello che guarda all'insù. Lei mi chiede se non li voglio tutti e due, ma memore delle varie storie lette sull'improvvisa aggressività tra criceti, che può portare anche alla morte di uno dei due, ho preferito prenderne uno solo. Anche perché i criceti sono animaletti piuttosto solitari, a differenza dei gerbilli, ad esempio, e non devono per forza avere un compagno.

E così me ne sono tornata a casa con il piccolo Clint, che sembra essersi ambientato perfettamente e si lascia anche prendere in mano senza problemi.
Benvenuto Clint :-)

Clint



domenica 29 aprile 2012

Il mondo senza di loro


L’altro giorno ci siamo svegliati e loro non c’erano più.
Il silenzio che ci ha accolto quel mattino è stato il primo segnale. Nessun cinguettio fuori dalla finestra, soltanto la campagna silente, e, nelle città, il rumore delle automobili, qualche clacson sporadico, e il brusio della gente per strada.
Quello che ci ha fatto davvero capire che erano scomparsi tutti quanti, però, è stata la scoperta delle cucce vuote dei cani, l’assenza dei gatti dal loro posto sul nostro letto, le gabbiette vuote dei canarini, la casetta deserta dei criceti e degli altri piccoli animali che vivevano con noi.
Erano spariti nel nulla.
In ogni continente si è diffusa un’angoscia terribile, mano a mano che si scopriva quel fatto inspiegabile e che la notizia si diffondeva.
Molti sono usciti di casa, chiamando il nome del loro animale scomparso e cercando ovunque, nei giardini, nelle strade, chiedendo ai vicini che a loro volta si trovavano nella stessa situazione ; i bambini piangevano per i loro amici svaniti nel nulla e chiedevano ai genitori di riportarli indietro ; gli allevatori e i contadini osservavano perplessi i box e i recinti vuoti, increduli ; i custodi dei grandi acquari sparsi per il mondo facevano lo stesso davanti alle vasche deserte, in cui ondeggiavano solamente le alghe, simili a esili fantasmi verdi ; i responsabili dei safari contemplavano la savana vuota, chiedendosi dove fossero finiti tutti i suoi abitanti.
In breve la notizia ha fatto il giro del mondo. Gli animali paiono scomparsi dalla faccia della terra e dalle acque del mare, dei laghi e dei fiumi.
In TV non si parla d’altro. Non si è mai parlato tanto degli animali come adesso. Scienziati, naturalisti, esperti e pseudo esperti si affannano a cercare una spiegazione, ma nessuno in realtà sa un bel niente.
Intanto tutti coloro che avevano costruito fortune e aziende grandi o piccole sullo sfruttamento degli animali si disperano. La loro materia prima è venuta a mancare. I macelli, i salumifici, le macellerie, le pescherie, dovranno chiudere i battenti. Non mi dispiace affatto per loro. Finalmente questi signori saranno costretti a ripiegare su un’attività che non prosperi sulla sofferenza e la morte di altri esseri viventi.
Allo stesso modo non provo alcun dispiacere per i cacciatori, i pescatori, i toreri, tutti a lamentarsi, poverini, che non potranno più praticare il loro " sport ".
E i ricercatori fautori della vivisezione, finalmente dovranno per forza di cose continuare il loro lavoro con quei metodi alternativi che per anni hanno tanto snobbato pur di tenere in piedi la barbara tradizione della sperimentazione su animali. Ora non hanno più scuse.

Ovunque si vada, spicca l’assenza degli animali. Le piazze delle città ci sembrano vuote senza i piccioni. Persino chi non li amava sente adesso la loro mancanza. Perché anche loro erano abitanti della città.
In campagna e nei pascoli ci si aggira increduli e smarriti. I prati dove gli animali brucavano sono deserti. Le sagome familiari delle mucche o delle pecore indugiano ancora nei nostri occhi, vorremmo proiettarle nell’erba verde mossa dal vento, ma è fuori dalla nostra portata.
I fiori sono rimasti soli anche loro, senza più alcuna ape o alcuna farfalla ad andare a fare loro visita. I boschi deserti, avvolti in un irreale silenzio. I mari vuoti, senza vita.
Persino quel ragnetto che viveva nella sua ragnatela sul soffitto sopra alla porta è sparito.

Cerchiamo gli animali nei tanti filmati che hanno registrato le loro vite, nelle fotografie, nei dipinti di ogni epoca, nelle illustrazioni dei libri per bambini.
Le bestie impagliate sono rimaste la sola presenza tangibile, pur se immobile e fredda. Il loro odore penetrante ci nausea, ci mette i brividi.
Non avremmo creduto che ci sarebbero mancati tanto, che il mondo senza di loro ci sarebbe apparso così vuoto, così incompleto. Soltanto adesso che sono tutti scomparsi ci rendiamo conto di quanto fossero parte della nostra esistenza. Non soltanto quelli con cui dividevamo la quotidianità, e che ci mancano immensamente, ma tutti gli animali.
Lasciamo perdere i cinici, quelli che soprattutto rimpiangono le bistecche e il pollo arrosto, che presto saranno introvabili. Di loro non mi importa niente.
Mi importa di quello che vedo nello sguardo della maggior parte della gente, e nel mio quando mi guardo allo specchio. Lo sguardo smarrito di tutte le persone, che, ognuno con le proprie piccole o grandi contraddizioni, gli animali li amava. E non in quanto " cibo ambulante ", o corpi da sfruttare e sacrificare, ma come esseri viventi che abitavano questo pianeta con noi e che tanta meraviglia e tenerezza suscitavano nel nostro cuore quando li vedevamo liberi di vivere la loro esistenza. Loro, i nostri fratelli indifesi, a cui tanto male abbiamo fatto, a cui tanto disprezzo abbiamo riservato, che abbiamo ridotto in una terribile schiavitù da cui solo la loro improvvisa scomparsa ha potuto sottrarli.
Li rivogliamo indietro. Non più per sfruttarli, per ucciderli, per cibarci della loro carne. Li rivogliamo perché abbiamo bisogno della loro presenza. Perché ci manca il loro affetto, il loro sguardo, la semplice idea che esistono insieme a noi. Perché vogliamo farci perdonare del male che abbiamo fatto loro.
Ci sentiamo soli quaggiù senza un gatto che dorme acciambellato sulla poltrona, senza quel merlo che ogni mattino veniva a farci visita, senza il nostro cane che ci cammina al fianco, senza quel cavallo a cui portavamo sempre una carota quando si andava in campagna, senza quelle mucche accanto alle quali passavamo sempre sul sentiero dell’alpe.


Ci sono rimasti pezzi dei loro corpi. Ma da un pezzo di carne morta o da una giacca di pelle non si può ricostruire l’animale che era in origine.
Gli appassionati di carne e pesce si affrettano a fare provviste delle ultime scorte disponibili, malgrado il rincaro del prezzo.
Presto non ci sarà più carne, nè latte, né uova.
Volenti o nolenti, tutti dovremo adottare un’alimentazione del tutto priva di derivati animali. Anche di questo parlano in TV e sui giornali.

Non so che cosa sia accaduto agli animali, come non lo sa nessuno. Voglio pensare che siano in un luogo dove possano finalmente vivere in pace, lontano dal nostro assurdo mondo antropocentrico. Magari qualcuno, proveniente da un luogo molto lontano, dalle profondità dello spazio, forse, ha avuto pietà della miseria in cui noi umani li facevamo vivere, e ce li ha sottratti. E per punirci ci ha sottratto anche gli animali che ci erano cari. Come il mio adorato gatto Leo. Come starà ? Ha sempre avuto paura degli sconosciuti, ed era molto attaccato a noi. Riuscirà a cavarsela, dove si trova ora ? Sapranno avere cura di lui ?
Ogni mattino al risveglio spero di ritrovarlo sulla sua poltrona, e milioni di persone sperano la stessa cosa per i loro animali scomparsi. Mi auguro che chiunque ce li abbia sottratti possa avere pietà di noi e ce li renda.
Intanto, molte cose cambieranno sulla Terra. Spero che tra qualche tempo, quando le scorte di carne e derivati animali saranno terminate, e i macelli abbandonati magari convertiti in qualcosa d’altro, luoghi di vita e non di violenza e morte, e le attività e le tradizioni basate sullo sfruttamento degli animali saranno ormai considerate abitudini del passato, spero che allora gli animali ricompariranno.
Ci sveglieremo un mattino e udiremo il canto lieto degli uccellini, e il calore del gatto acciambellato accanto a noi. Lo abbracceremo forte, e correremo fuori, tutti quanti. Saluteremo i piccioni, getteremo loro dei pezzetti di brioche. In campagna si applaudirà il ritorno delle mucche e di tutti gli altri animali di fattoria. Soprattutto i bambini saranno felici, ma anche gli adulti avranno le lacrime agli occhi per il sollievo e la gioia.
Vicino al mare gli abitanti dei villaggi e delle cittadine correranno sulla spiaggia, e molti indosseranno degli occhialini e si immergeranno in acqua ed ecco che il loro cuore si riempirà di felicità quando vedranno i pesci nuotare come un tempo. Riemersi,  si griderà verso la gente affollata sulla spiaggia : "Sono tornati, sono tornati ! "
E tutti esulteranno e si abbraccieranno l’un l’altro, felici.
Sarà un giorno di festa in ogni nazione, in ogni angolo del mondo.
Rimarrà indelebile il ricordo di quanto fosse strano e innaturale vivere in un mondo senza di loro, e si ricorderanno quei giorni come una punizione per come eravamo abituati a trattare gli animali.
E anche se esisteranno sempre persone che non si fanno scrupoli a maltrattarli, sfruttarli e ucciderli, la maggior parte della società guarderà a questi episodi con profonda riprovazione, e l’antropocentrismo sarà l’eccezione invece che la regola.

In attesa di quel giorno, resto qui a pensare a Leo e a tutte le altre bestie, che ho conosciuto, e che non ho conosciuto mai, e sfoglio un libro della mia infanzia sugli animali da fattoria. Passo un dito lungo il contorno del disegno di un paffuto roseo maiale.
Amici animali, vi chiedo scusa a nome di tutti i miei simili per le cose orribili che vi abbiamo fatto nel corso del tempo. Spero tanto che avremo l’occasione per riparare finalmente ai nostri tragici errori.
Vi aspetto.









NOTA: a chi è capitato qui alla ricerca di testi da copiare, vi ricordo che questo racconto, come tutti gli altri post pubblicati su questo blog, è di mia proprietà, frutto più o meno riuscito di impegno e idee. Pertanto non appropriatevene. Grazie a tutti.

mercoledì 11 aprile 2012

Merlotti

Benché la primavera sembri aver fatto momentaneamente dietrofront, se non altro nelle mie zone, gli uccellini continuano anche sotto la pioggia e tra le raffiche di vento a preparare i loro nidi per accogliere i futuri piccoletti. In giardino è un tripudio di cinguettii e di richiami, che si susseguono per tutto il giorno.
Tra questi piccoli volatili indaffarati e chiacchieroni ci sono i merli.
Adoro i merli. Mi mette allegria la loro personalità intraprendente, la loro innata simpatia, la semplice bellezza delle piume nere o grigie, il giallo del loro becco, il fatto che si spostino spesso a terra su quelle agili zampette, come se amassero camminare quasi più che volare.
A Milano, come ovunque, se ne vedono molti, nei piccoli giardini, vicino ai cespugli del parchetto nei pressi dello studio, e una coppia addirittura secondo me sta meditando di trasferirsi nell'alloggio di Polly il cane abominevole (per chi non avesse mai letto di lei, Polly è una femmina di Terranova, potete saperne di più  QUI).
Tornando ai due merli, il maschio lo vedevamo già da un bel po' girovagare davanti al cancelletto, soprattutto la mattina. Poi è comparsa anche quella che io definisco sua moglie, dal caratteristico colore grigio, la quale credo abbia anche passato qualche notte all'interno della "stanza" di Polly (un locale ricavato nella parte di cortile dello studio, chiuso da una tettoia e da una porta, dove il cane abominevole trascorre la notte sulla sua branda), dato che mi è capitato di trovarla dentro alcune mattine, mentre aprivo al cane.
"Polly, hai visto che c'era un'intrusa in casa tua?" dico all'abominevole Polly, mentre le allungo un biscotto per evitare che mi sbavicchi i jeans.
Oppure un pomeriggio mi scappa l'occhio sulla ciotola del cane, che si trova in quel locale, e chi vedo piazzata tra le crocchette? La merla, che rovistava tra i grossi croccantini, ne sceglieva uno e spiccava il volo con il boccone nel becco, passando sopra la testa di Polly che dormiva lì fuori, e che ovviamente non si è accorta di nulla. Ma anche se avesse notato l'uccellina sono sicura non avrebbe fatto una piega, vista la sua natura totalmente pacifica e in armonia col mondo.
O ancora un altro giorno me ne stavo al computer quando vedo un piccolo essere entrare nello studio. Faceva caldo, la porta era aperta, il cane abominevole ronfava beatamente lì fuori. E la merla ha pensato di buttare un occhio all'interno. Ha avanzato un po' sul tappeto, guardandosi in giro, poi con tutta calma ha fatto dietrofront e se ne è andata. Suo marito dal canto suo si appollaia spesso sulla maniglia del cancello, cinguettando.
Magari ci ritroveremo con dei piccoli merlotti venuti al mondo nell'alloggio del cane abominevole  :-)

Ciò mi fa pensare ai tre piccoli merli che ho avuto la fortuna di veder crescere nel loro nido nella siepe, l'anno scorso. Li ho seguiti fin da quando erano ancora nell'uovo e la mamma li covava. Li ho visti quando erano piccolissimi, creaturine lanuginose con un becco che sembrava più grande di loro, perennemente affamati, che emergevano appena dal nido. Papà merlo e mamma merla si alternavano per portare loro da mangiare e per vegliare sulle loro testoline. I genitori comunicavano con dei fischi particolari, per tenersi informati dei propri movimenti, suppongo.
Così i merlotti sono cresciuti, finché il nido si fece troppo piccino per contenerli comodamente tutti e tre. La foto qui sotto l'ho scattata poco prima che partissero per la loro strada. Andavo ogni giorno a guardare nella siepe, e con sollievo li trovavo sempre lì, a fissarmi con quel loro sguardo un po' attonito, tipico dei volatili molto giovani, che mi fa sempre affiorare un sorriso.
Il clic della macchina fotografica pareva non disturbarli affatto. I loro genitori, sempre nelle immediate vicinanze, mi osservavano attraverso i cespugli in fiore e appena mi allontanavo raggiungevano i loro piccoli.
Poi un giorno trovai il nido vuoto, i miei piccoli amici se ne erano andati. Spero che non sia accaduto loro niente di male, che siano cresciuti e siano magari loro quei merli che vedo oggi saltellare lesti per il giardino, sempre presi in qualche faccenda, e lanciare il loro richiamo dagli alberi oltre la siepe, mentre si preparano ad occuparsi presto di nuovi piccoli merlotti.

Uno di loro, poco prima di asciare il nido