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lunedì 16 giugno 2014

Dopo

Circa un mese fa la nostra carissima Polly ci lasciava (qui il post dedicato all'amato cane abominevole).
Non vorrei essere ridontante, ma voglio ancora scrivere alcune cose su questo triste avvenimento.
Non riesco a chiudere il suo ricordo in un cassetto, e nemmeno lo voglio. Polly farà sempre parte di me.

Non è stato facile, per nessuno. Direi che trovarsi di fronte alla sua morte è stato peggio di quanto avessimo preventivato.
I giorni più duri sono stati quelli della settimana successiva, che seguivano il ponte del primo maggio.
Solo lì ci siamo davvero resi conto del vuoto che Polly ha lasciato, fisicamente (perché un cane orso quale è il Terranova, credetemi, è una presenza che C'E'), e soprattutto emotivamente.
E' strano, ma quello che mi veniva da pensare più spesso in quei primi giorni era, e ora chi si prenderà cura di lei? 
Che è assurdo, mi rendo conto, ma era un pensiero costante.
Mi era difficile accettare che fosse ormai fuori della mia portata, del mio amore.
Mi ci è voluto un po' per capire che anche se fisicamente non c'è più, Polly continua a vivere nel mio ricordo, e che il bene che le volevo è sempre lì, immutato, e che in qualche modo la può raggiungere anche ora.

Il suo collare lo abbiamo appeso in studio, insieme ad un grazioso bouquet di roselline di stoffa rosa. Mi sembrava bello.
E a casa, nella mia libreria Billy, ho messo una cornice con una bella foto di me e lei insieme.
Anche se non abbiamo bisogno di questo per ricordare Polly.
La sua cuccia, adesso, è il nostro cuore.

Abbiamo pianto. Io, naturalmente. La sua padroncina M. che ha undici anni. E G. che era il suo padrone, il suo punto di riferimento. Non penso che G. abbia pianto spesso in vita sua. Questa è stata una di quelle volte.

Qualcuno potrà dire, eh, ma è stata solo la morte di un cane. Mah. Per me, per noi, è stata la morte di qualcuno che si chiamava Polly. Che non fosse un essere umano non ha reso meno doloroso il nostro lutto. Ho letto che l'unica differenza è che dalla morte di un animale domestico ci si riprende prima.

Quel suo ultimo giorno per la maggior parte del tempo ci sono stata io con lei. Noi due insieme, da sole, come tanti giorni in questi ultimi anni. Sapevo che era una delle ultime volte, se non l'ultima, come poi è stata.
Ho cercato di fare quello che mi sembrava più giusto. L'ho lasciata tranquilla il più possibile, come anche mi aveva consigliato il veterinario.
Mi sono chiesta a lungo se avrei dovuto fare qualcosa in più, qualcosa di diverso.
Sono dubbi che non hanno risposta.
Penso che viene un momento in cui li dobbiamo lasciare andare, e in fondo è tutto qui.

Ho trovato nel web una cosa che mi ha commossa molto e che ha fatto riaffiorare le lacrime nei miei occhi. Una cornice per un altro Terranova che se ne è andato, e nel legno, sopra al suo nome, una scritta: Se potessi verrei dritta in Cielo e ti riporterei a casa.
Polly, lo farei. Ritrovarti, riagganciare il tuo vecchio guinzaglio, e scendere con te per un sentiero cosparso di stelle, giù fino al nostro cortile. Tu andresti a bere, e poi ti sistemeresti sul tuo tappeto, lì dove era il tuo posto, quel posto su cui spesso, i primi giorni, mi cadeva lo sguardo, e mi colpiva la tua assenza.

Intanto, G. si è trovato con una minuscola gattina per casa. Che non voleva. Penso che fosse troppo presto. Ma ora la gattina c'è, e mi racconta che gli si è già attaccata moltissimo.
Sono certa che anche lui le voglia bene, anche se non vuole ammetterlo, e che in fondo la sua presenza sia un bene per lui.
In quanto a me, tanto ho brigato che un nuovo qualcuno peloso a settembre entrerà nella mia vita.
Nuove avventure, nuove amicizie speciali. Guardando avanti, come è giusto che sia. Senza dimenticare mai, tuttavia, quello che abbiamo perduto.

 di Evelyne Laube e Nina Wehrle

tramite Pinterest
















giovedì 1 maggio 2014

A Polly

Polly, e così quel momento è venuto. Ci hai lasciati, un tardo pomeriggio di fine aprile, pochi giorni fa. Ogni tanto pensavo a quando quel momento sarebbe venuto, e mi dicevo che certamente avrei sofferto, ma il dolore sarebbe stato un po' attutito dal fatto che dopotutto tu non eri proprio il mio cane. Ebbene, Polly, mi sbagliavo. Ho capito in questi giorni che ti volevo bene profondamente, come se fossi mia. Dopotutto, quanti giorni abbiamo passato insieme, io e te? Tantissimi. In questi ultimi anni hai fatto parte della mia quotidianità, e io della tua.
Ti ho conosciuta che eri una Terranova sui sei anni, nera come la pece. Non eri esattamente il mio ideale di cane, sai che io sono innamorata del levriero. Tu eri tutto l'opposto. Massiccia, pelosa, rustica, non proprio profumata, spesso arruffata, e quella bava! E i peli che si trovavano dappertutto, che appena messo via l'aspirapolvere ne spuntavano di nuovi da qualche angolo. E le impronte nell'ingresso. E giù a pulire con gli straccetti umidificati. Una lotta impari, che delle volte mi faceva sbottare. Sì, ti ho dato anche qualche scappellotto in testa, e mi è capitato di alzare la voce.
Però più passava il tempo e più ti volevo bene. Malgrado la bava, i peli, le impronte. Malgrado fossi un po' un cane abominevole. Il mio cane abominevole.
Ma eri molto più di questo. Avevi un cuore d'oro, non ti arrabbiavi mai, non serbavi alcun rancore.
Eri pronta a dare la zampa a chiunque, anche al veterinario e al postino, e chi ti faceva una carezza era tuo amico.
Avrei messo la mano sul fuoco per te. Eri la quintessenza della bontà e della mitezza.
Non chiedevi che di stare sul tuo tappeto, vicino all'ingresso, accanto a noi, i tuoi umani. E nella bella stagione, quando la porta dello studio la lasciavamo aperta, ti sdraiavi un po' dentro e un po' fuori, per godere della corrente che si forma in quel punto.

Ti ricordi, Polly, qualche anno fa, quando ancora camminavi senza problemi, io e te in giro per il quartiere, un pomeriggio di primavera pieno di vento.
Soffiava così forte che io facevo fatica a respirare, e le folate quasi ostacolavano il mio procedere.
Tu invece camminavi imperterrita, solida come una roccia, il vento non scalfiva minimamente la tua tempra. E io mi tenevo al tuo guinzaglio, come se altrimenti avrei potuto volare via.
Penso a quel pomeriggio ormai lontano, e mi rendo conto, forse per la prima volta, che tu, Polly, eri la nostra roccia.

Sapevo benissimo che eri anziana, che i tuoi quattordici anni erano già un bel traguardo. Ma ero convinta che, pur se con i tuoi acciacchi di vecchiaia, saresti riuscita a rimanere con noi ancora un po'. Che presto ti avremmo portata a lavare per bene, che avresti mangiato tutti i biscotti che c'erano nel tuo armadio, che saresti stata al mare la prossima estate, e che poi a settembre ti avrei ritrovata. E che a dicembre avremmo potuto festeggiare i tuoi quindici anni.
Invece dobbiamo imparare a vivere senza di te.

Sai, Polly, la notte in cui non sei stata bene, mi è successa una cosa strana. Dormivo nel mio letto, e sognavo. Ad un certo punto, durante un sogno che non ricordo, ho provato un dolore molto forte in un lato del corpo, una sorta di dolore intercostale. Non mi sono svegliata, stranamente. Ho continuato a sognare, e quel dolore era come un'interferenza proveniente da qualche parte. Era totalmente slegato dal sogno, nel senso che lo avvertivo ma l'azione del sogno continuava indisturbata, e io continuavo a parteciparvi.
Al risveglio poi non avevo più nulla.
Però ho ricevuto, di mattino presto, la chiamata del tuo padrone che mi informava del fatto che quella notte eri stata male e che le tue condizioni erano critiche.
Arrivata in studio e vedendoti lì sdraiata ho ripensato a quello strano dolore notturno, e ho capito che cosa potesse averlo causato.

Mi consola un poco sapere che te ne sei andata senza soffrire. Ti sei spenta come una candela che ha brillato a lungo, luminosa, e pian piano si è fatta più incerta e fievole.
Mi viene in mente una poesia di Dylan Thomas, quella che dice do not go gentle into that good night. Tu in quella buona notte ci sei entrata gentilmente, invece, proprio come era nel tuo carattere. Senza lottare, con l'accettazione serena della tua natura mite.

Grazie Polly, grazie di aver fatto parte della mia vita, di avermi tenuto compagnia, grazie dei tuoi sguardi, della tua coda scodinzolante, della zampa che eri sempre pronta a darmi, grazie della tua dolcezza, di tutte le volte che hai messo una zampa sul mio piede mentre fianco a fianco guardavamo fuori dal cancello.
Mi manchi tantissimo, e anche adesso mi si riempiono gli occhi di lacrime. Ma sono felice che ci siamo incontrate.Ti porterò sempre nel mio ricordo, e se esiste un luogo oltre questa vita sono certa che ci ritroveremo.
Cercherò di arrivare munita di aspirapolvere anche lì.
Mi piace pensare che ti tenderò la mano e tu mi darai la zampa, di nuovo.
Ciao mio cane abominevole.