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mercoledì 1 febbraio 2012

Dell'orrore che non vogliamo vedere

Ieri allo studio abbiamo dovuto fotografare una composizione di vaschette di salumi per una pagina pubblicitaria di un salumificio abbastanza noto.
Credo che se dipendesse da me non accetterei più lavori che implicano la commercializzazione di prodotti derivati da animali uccisi, ma siccome lo studio non è mio mi devo adeguare.
Così il giorno prima di quello previsto per la foto è arrivato uno dei titolari del salumificio a portarci un po' di vaschette vuote da riempire per bene e una scatola piena di prodotti, fette di salame, coppa, prosciutto.
Io ero sul mezzanino a fare un lavoro al computer, e ogni tanto gettavo giù un'occhiata al tizio dei salumi. Pensavo che lo avrei anche trovato tutto sommato simpatico se non avessi saputo che cosa fa per vivere. Me ne sono rimasta sul mio mezzanino, perché se fossi scesa non ero sicura di riuscire a tenere per me la mia idea su coloro che allevano esseri viventi con lo scopo di farli finire affettati in una vaschetta.
Sinceramente non riesco a comprendere come possano considerare questa attività un business come un altro. O come possono dormire tranquilli e vivere come se niente fosse, e promuovere allegramente i loro prodotti, quando in realtà sulla coscienza hanno migliaia e migliaia di vite.
Mi chiedo se non ci sia mai un momento, in qualche sogno, magari, in cui affiora almeno un vago senso di colpa. Ma temo che accada raramente.
D'altronde, nella mentalità della maggior parte delle persone sfruttare gli animali e disporre delle loro vite è assolutamente normale, perché così si è sempre fatto. Ancora una volta, la terribile abitudine all'orrore che impregna la nostra società e condiziona così tragicamente il nostro rapporto con gli animali.
Io stessa, che da sempre avverto la profonda ingiustizia di tutto ciò, mangio ancora, di tanto in tanto, per pura golosità, il salmone, pur sapendo che questo povero pesce non è certo inferiore, ad esempio, ad una mucca o ad un maiale, che invece non mangio più.
Dunque neppure io sfuggo del tutto allo specismo, pur essendo determinata a migliorare sempre più.

Tornando nello specifico ai salumifici, mi vengono in mente anche i vari spot che passano in tv, in cui si esaltano ovviamente le qualità di una fetta di prosciutto o di qualsiasi altro affettato, mostrando la loro leggerezza, il loro aspetto invitante e soffice. Tanto che uno quasi non pensa affatto che quel pezzetto di carne apparteneva al corpo di un essere vivente, un roseo maiale, spesso, che aveva una personalità, che quando dormiva sognava, che avrà avuto a suo modo degli amici tra i suoi simili.
Spot simili ci anestetizzano, ci illudono che dietro a quei prodotti non ci sia nessun orrore, nessuna morte violenta.
Anche questo contribuisce a tenere i nostri occhi ben chiusi sulla terribile realtà dello sfruttamento animale.
Chissà se, in un temo lontano luminoso futuro sapremo costruire un rapporto finalmente nuovo con le altre specie, per farci perdonare, almeno in parte, di tutto ciò che per così tanto tempo abbiamo fatto loro.


Un lavoro dell'artista Jasmine Jean che ben rappresenta l'orrore dello sfruttamento animale

mercoledì 21 dicembre 2011

Un Natale anche per loro

Ci siamo quasi, tra pochi giorni sarà di nuovo Natale. E come ogni anno, in TV, tra alberi addobbati e lustrini, imperversano immagini di tavole imbandite, e di allegri cuochi e rinomati chef che mostrano le loro creazioni. E poi le trasmissioni di intrattenimento e i telegiornali dedicheranno servizi ai vari pranzi e cenoni, dove non mancheranno i grandi classici, in un tripudio di cotechino, zampone, anguille in umido, tacchini, e via dicendo, nella ricetta tradizionale oppure rivisitata.
E poi sono certa di rivedere presto scene di mercati in cui la gente va a fare la spesa per i giorni di festa, dove si vendono allegramente pesci e crostacei vivi, strappati al loro mondo sottomarino per finire in una tinozza su una bancarella, fino al momento della consegna ai clienti, che in queste sfortunate creature del mare non vedono altro che una parte del loro pranzo natalizio.
Lo scorso anno stavo appunto vedendo una scena del genere in televisione, e mi sono chiesta ancora una volta come sia possibile questa indifferenza, questo commercio noncurante di esseri viventi. Come sia possibile accettarlo e consumarlo come un semplice dato di fatto.
Stessa cosa naturalmente per tutti gli altri animali uccisi anche in questo periodo per finire sulla nostra tavola della feste. Ricordo ad esempio un rinomato chef che spiegava come cuocere una testa di bovino per una carrellata di bolliti.
"Bisogna lasciarle il tempo di cuocere, questi sono animali di cinque anni" diceva.
Non è orribile disporre con tanta noncurante arroganza della vita di esseri viventi?

Ancora di più a Natale, che dovrebbe essere un momento di particolare amore e fratellanza, una giornata in cui riscoprire la propria umanità, o almeno così si dice.
Eppure neanche in questi giorni si rinuncia a mangiare i corpi di creature innocenti ammazzate per finire nei nostri piatti. Di nuovo, l'ombra e l'abitudine della tradizione incombono su di noi, e scegliere di non mangiare carne pare ai più inconcepibile. Ma come, delle Feste senza zampone o cotechino?
 Da inguaribile sognatrice quale sono, a me piace invece immaginare un periodo natalizio vegetariano, dove agli animali vengono riservate carezze e amicizia, anziché la morte. Non farebbe parte questa scelta di quello spirito del Natale di cui tanto si parla ma che resta sempre effimero? E poi sarebbe un bel modo per entrare nell'anno nuovo e per cominciare a ripensare al nostro rapporto con gli animali e a vergognarci finalmente del modo in cui trattiamo la maggior parte di loro.
Un Natale anche per gli animali.
Un Natale in cui viene dare loro qualche piccola leccornia, invece che ammazzarli e far diventare loro la presunta prelibatezza. 
Un Natale in cui adottare un cane, un gatto, o qualsiasi altro animale, e non per abbandonarlo in estate, ma per iniziare un cammino insieme, per tutti i giorni della sua vita.
Un Natale in cui dedicare almeno un pensiero a tutti gli animali sfruttati e rinchiusi.
Un Natale per guardare nella nostra anima alla ricerca di un sentimento di compassione capace di estendersi a tutte le specie.
Concludo con le parole di una grande poetessa, parole che ho sempre amato e che mi sembrano, spero al di là di ogni retorica, un ottimo augurio di condotta per un nuovo anno che sta per cominciare:

                                              Se io potrò impedire a un cuore di spezzarsi
                                                            non avrò vissuto invano
                                                      Se allevierò il dolore di una vita
                                                               o guarirò una pena
                                                      o aiuterò un pettirosso caduto
                                                               a rientrare nel nido
                                                           non avrò vissuto invano
            
                                                                 (Emily Dickinson)


  
Buon Natale a tutti 

domenica 23 ottobre 2011

Pensiero per le creature del mare

Scrivo questo post anche ispirata da un articolo di Pietro del blog www.animalismoevegetarianesimo.com Trovo che i pesci, i crostacei, i polpi e i molluschi si trovino, nell'inconscio collettivo, nel punto più basso della considerazione umana. Se, infatti, sulla condizione e la sofferenza degli altri animali se non altro si discute, riconoscendo che il problema esiste, pare invece che la capacità dei pesci e delle altre creature marine di provare dolore resti un tabù.
Tempo fa mi è capitato di leggere che solo piuttosto di recente si è appurato che un'aragosta soffre quando viene bollita viva. Lo ha scoperto uno scienziato. Mi sono chiesta: ci voleva la scienza per giungere a questa conclusione? Le aragoste, gli astici, i granchi, non sono forse esseri viventi? Perché mai non dovrebbero provare il dolore fisico? Forse che il loro aspetto preistorico, vagamente alieno, li rende invulnerabili? Magari fosse così. Probabilmente preferiamo pensare questo, piuttosto che rivedere pratiche crudeli come bollire una creatura viva, in nome di discutibili tradizioni culinarie. Pensare che non soffrano mette a tacere la nostra coscienza, una volta di più. Ho letto una volta su una rivista di cucina un articolo che mirava proprio a tranquillizzare i lettori sulla questione delle aragoste, dicendo in sostanza che non sentono nulla e che le possiamo bollire in tutta tranquillità. Penso che l'autore di quell'articolo non sarebbe stato contento di essere calato in una pentola d'acqua bollente, ma evidentemente secondo lui per un' aragosta è praticamente normale.
L'altra sera ho visto in TV la pubblicità di un locale specializzato in pesce. Nello spot si sottolineava che pesci, crostacei e molluschi sono sempre freschissimi, spesso ancora vivi. Pronti per essere bolliti o fatti a pezzi. La maggior parte della gente non andrebbe in un ristorante sapendo che vi troverà dei vitellini o dei capretti o dei maiali vivi che verranno uccisi e cucinati sotto i loro occhi (il che è un'ipocrisia, dato che mangiamo comunque questi animali, purché vengano ammazzati lontano dai nostri occhi, ma questo è ancora un altro discorso). Invece la gente non prova alcuna ritrosia se si tratta di pesci e simili.
E' una triste normalità anche vedere aragoste e granchi vivi tenuti negli acquari di ristoranti e supermercati. Le poche volte che sono passata davanti a questi acquari e ho visto quei poveri animali con le chele legate, lì in attesa di essere uccisi in quel modo orribile, ho sentito sempre un moto d'orrore nel cuore.
I pesci, e gli altri abitanti del mare, sembrano dunque essere più che mai associati all'idea di cibo. Io stessa ammetto di mangiare ancora del tonno, qualche volta, e del salmone, pur sapendo che é altrettanto orribile che mangiare la carne degli altri animali. E ammetto anche che devo ancora fare un certo sforzo per associare alle scatolette di tonno o di sardine, o ai bastoncini di merluzzo surgelato, l'idea dei pesci vivi che quel cibo era prima.
I figli del mare e dei fiumi meritano la nostra curiosità e il nostro rispetto, non certo la crudeltà e la noncuranza con cui poniamo fine alle loro vite. Quelle vite spesso misteriose di chi é abituato a nuotare sotto le onde o a camminare con le sue zampette coriacee su fondali sabbiosi, tra conchiglie e alghe ondeggianti. Vite intrise di meraviglioso, che sembrano giunte fino a noi da un tempo molto remoto.
Cerchiamo di guardarli finalmente da un punto di vista nuovo. Io sono sulla strada...