Credo che se dipendesse da me non accetterei più lavori che implicano la commercializzazione di prodotti derivati da animali uccisi, ma siccome lo studio non è mio mi devo adeguare.
Così il giorno prima di quello previsto per la foto è arrivato uno dei titolari del salumificio a portarci un po' di vaschette vuote da riempire per bene e una scatola piena di prodotti, fette di salame, coppa, prosciutto.
Io ero sul mezzanino a fare un lavoro al computer, e ogni tanto gettavo giù un'occhiata al tizio dei salumi. Pensavo che lo avrei anche trovato tutto sommato simpatico se non avessi saputo che cosa fa per vivere. Me ne sono rimasta sul mio mezzanino, perché se fossi scesa non ero sicura di riuscire a tenere per me la mia idea su coloro che allevano esseri viventi con lo scopo di farli finire affettati in una vaschetta.
Sinceramente non riesco a comprendere come possano considerare questa attività un business come un altro. O come possono dormire tranquilli e vivere come se niente fosse, e promuovere allegramente i loro prodotti, quando in realtà sulla coscienza hanno migliaia e migliaia di vite.
Mi chiedo se non ci sia mai un momento, in qualche sogno, magari, in cui affiora almeno un vago senso di colpa. Ma temo che accada raramente.
D'altronde, nella mentalità della maggior parte delle persone sfruttare gli animali e disporre delle loro vite è assolutamente normale, perché così si è sempre fatto. Ancora una volta, la terribile abitudine all'orrore che impregna la nostra società e condiziona così tragicamente il nostro rapporto con gli animali.
Io stessa, che da sempre avverto la profonda ingiustizia di tutto ciò, mangio ancora, di tanto in tanto, per pura golosità, il salmone, pur sapendo che questo povero pesce non è certo inferiore, ad esempio, ad una mucca o ad un maiale, che invece non mangio più.
Dunque neppure io sfuggo del tutto allo specismo, pur essendo determinata a migliorare sempre più.
Tornando nello specifico ai salumifici, mi vengono in mente anche i vari spot che passano in tv, in cui si esaltano ovviamente le qualità di una fetta di prosciutto o di qualsiasi altro affettato, mostrando la loro leggerezza, il loro aspetto invitante e soffice. Tanto che uno quasi non pensa affatto che quel pezzetto di carne apparteneva al corpo di un essere vivente, un roseo maiale, spesso, che aveva una personalità, che quando dormiva sognava, che avrà avuto a suo modo degli amici tra i suoi simili.
Spot simili ci anestetizzano, ci illudono che dietro a quei prodotti non ci sia nessun orrore, nessuna morte violenta.
Anche questo contribuisce a tenere i nostri occhi ben chiusi sulla terribile realtà dello sfruttamento animale.
Chissà se, in un temo lontano luminoso futuro sapremo costruire un rapporto finalmente nuovo con le altre specie, per farci perdonare, almeno in parte, di tutto ciò che per così tanto tempo abbiamo fatto loro.
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Un lavoro dell'artista Jasmine Jean che ben rappresenta l'orrore dello sfruttamento animale |


