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domenica 9 dicembre 2012

E basta, no?




Sul numero di dicembre di Vogue Italia ecco un articolo di ode alle pellicce, che, a quanto leggo con sommo disgusto, verranno allegramente impiegate anche in varie collezioni primavera/estate.
Leggera come seta, morbida come velluto.
I poveri visoni, menzionati nell'articolo unicamente in quanto materiale pregiato, saranno felici di sapere che andranno ad agghindare indossatrici e signore benestanti non solo durante l'inverno, ma anche nei mesi più miti. "Sarà forse per quel suo sapore di natura o per quella sua connotazione wild, che tanto piace perché ha richiami ancestrali".
" Per il pelo si parla ora di epilatura, più che di rasatura" ci racconta il signor Gabriele Colangelo, stilista discendente a quanto leggo da una famiglia di pellicciai "una tecnica che permette di raggiungere lo spessore del velluto e avere quindi un materiale molto duttile e leggero".
Con tanti ringraziamenti da parte degli animali a cui quel pelo apparteneva.
Come le volpi, ad esempio, la cui pelliccia viene ora "tagliata a strisce sottilissime, che, applicate alternate al tessuto come organza o chiffon, dà un effetto finale simile alle piume" Ah!
Sentito, volpi? Contente di contribuire alla creazione di capi siffatti?

Gli animali, lo sappiamo bene purtroppo, vengono sfruttati crudelmente in vari ambiti. Li uccidiamo per mangiarli, per sperimentare farmaci, per tradizione, per vestirci con la loro pelle e il loro pelo. Tutte cose di cui potremmo benissimo fare a meno, specialmente oggi che il progresso ci mette a disposizione validissime alternative, se solo volessimo usarle.
Ci sono battaglie lunghe e difficili, come può esserla quella contro l'industria della carne, così radicata nelle nostre abitudini alimentari; o quella contro la vivisezione, per la quale, almeno, sembrano esserci spiragli per giungere infine al suo bando.
Vietare l'uso di pellicce invece non mi sembra così complesso. Penso che la maggior parte dell'opinione pubblica sarebbe assolutamente favorevole (parecchio più difficile, temo, il bando della pelle, che purtroppo viene usata tantissimo per l'abbigliamento, pensiamo solo alle scarpe...anche qui comunque volendo si potrebbe intervenire).
Vogliamo liberarci almeno da questa piaga? Vogliamo lasciare in pace almeno questi animali, che hanno tutto il diritto di tenersi il loro caldo pelo, invece di essere uccisi (anche barbaramente) dopo una vita di prigionia?
Personalmente non trovo nulla di "wild" o di ancestrale in una pelliccia. Ok, in tempi remoti era immagino l'unico modo per scaldarsi d'inverno, quando eravamo mezzi nudi in una caverna. Ma oggi?
Cari stilisti, caro Vogue, fate qualcosa davvero alla moda: incentivate l'uso di materiali sintetici, vedrete che otterrete splendidi risultati glamour anche così.
Questo sì sarebbe trendy. E etico, tanto per cambiare.

mercoledì 17 ottobre 2012

Noi e loro



Come scrivevo recentemente sul blog Il Dolce Domani, in riferimento a questo articolo , spesso, se mi soffermo troppo a pensare, mi sento in colpa. In colpa per essere nata essere umano, nella parte benestante del mondo, e poter quindi vivere sicura e libera, e decidere più o meno della mia esistenza.
Se fossi nata di un'altra specie probabilmente alla mia età non ci sarei nemmeno arrivata, mi avrebbero ammazzata prima, e senza neanche troppi riguardi, tanto sarei stata niente più che un prodotto, un cibo che ancora cammina. Avrei vissuto prigioniera, in un posto gradevole se mi andava bene, o magari neanche quello, e sarei cresciuta in un box in un capannone e non avrei mai visto la luce del sole, non avrei mai sentito il vento sul viso, non avrei mai potuto conoscere la felicità e l'amicizia.
Eppure sarei comunque stata io, diversa, sì, la mia struttura mentale sarebbe stata altra, certamente, ma sarei stata io. E nessuno lo avrebbe mai saputo, a nessuno sarebbe mai importato. Avrei avuto la mia personalità, e dopo di me non ci sarebbe più stato un individuo davvero identico a ciò che ero io, eppure sarei stata trattata come un oggetto e nessuno mi avrebbe mai teso una mano.
Non vi sarebbe stata salvezza, e io lo avrei saputo, e avrei avuto tanta paura, un vero terrore, e allo stesso tempo sarei stata così triste, io che non avrei voluto altro che un po' di compassione, un po' d'amore, un po' di dignità.

Tutto è una fatalità. Ad esempio nascere in un paese pieno di benessere anziché in una nazione povera; nascere maschio o femmina; essere umano o animale.
 Questo pensiero dovrebbe aiutarci a metterci nei panni degli altri, specialmente di quelli che non hanno colpe della propria sventura. Empatia. Ma spesso siamo troppo presi dalla nostra quotidianità con i suoi piccoli grandi problemi, e dalle nostre piccole grandi miserie personali, e per la sofferenza altrui non resta che un piccolo pensiero e un sospiro. Come cantava De André, "per tutti il dolore degli altri è dolore a metà". Specialmente quello degli animali, ultimi degli ultimi nella generale scala di importanza.
Spesso, mentre sono in giro, per la città, o sul treno, vorrei chiedere alla gente intorno a me, pensate mai a loro? Sì, loro, gli animali. Che ne pensate? Che posto hanno nella vostra vita? Perché viviamo tutti come se la loro quotidiana tragedia non ci riguardasse, o fosse una sofferenza di serie B rispetto alla nostra? Credete che non meritino la nostra protezione, il nostro rispetto? Eppure sono esseri viventi, proprio come noi, non sono cose, questo almeno lo riconoscete.

Se provassimo anche solo per un istante quello che provano loro, vittime inermi della nostra brutalità legalizzata, sono certa che non dimenticheremmo mai quel terrore e quella infinita infelicità.
E allora sì, capiremmo che cosa significa essere loro.






lunedì 2 luglio 2012

Commercio di vite

Questa mattina è passato in studio un signore a ritirare del materiale, e tra una cosa e l'altra ci ha raccontato che nel giardino della sua casetta in montagna ha fatto costruire un bel pollaio, in cui ha messo inizialmente tre galline, soprattutto per far contente le sue bambine che sono in vacanza lì, e che si occupano volentieri degli animali.
Fin qui, una bella storia. Tra l'altro non ha alcuna intenzione di mangiarsi le galline, le tiene unicamente per le uova e come animali da cortile. Poi le figlie hanno già dato un nome alle pennute, quindi ero contenta di ascoltare questa storia.
Poi però ci ha raccontato di aver deciso di prendere ancora qualche gallina e un galletto, così insieme alla bambina più piccola è sceso, mi pare di ricordare, vicino a Bergamo, in un mercato di animali.
Lui lo ha descritto come un posto bellissimo, appunto perché pieno di galline, pulcini, galli, conigli, e non so se anche animali più grossi. Ovviamente la bambina era tutta contenta di vedere tutti questi animaletti.
Peccato che in questo posto gli animali vengano tranquillamente venduti anche per finire in padella.
Mi si dirà, e vabé, dopotutto quanti conigli e quanti polli finiscono la loro vita per dilettare il nostro palato? Questo purtroppo è vero, non mi ci fate pensare.
Ma l'idea di questi  timidi conigli un po' vecchi venduti, o svenduti, a 5 euro a gente che appena arrivata a casa li accoppa e li prepara per cena, devo dire che mi ha rovinato la mattinata.
"Ma lo vuole mangiare subito?" hanno chiesto a questo signore, che si era fermato ad osservare i conigli, pensando per un attimo di prenderne qualcuno (non per mangiarlo, per tenerlo in montagna).
Oppure, a proposito dei pulcini, gli hanno detto:
"Ma li vuole per ingrassarli o cosa?"
E lui gli ha risposto che no, erano per le sue figlie, per il pollaio che aveva costruito.
"Ah, allora prenda questi" gli ha detto il tizio del mercato.

Insomma, a me un posto del genere mette i brividi. Ancora una volta, gli animali diventano una merce come un'altra, corpi di cui disporre secondo i nostri desideri.
Vuoi una gallina per avere le uova? Eccola. Ma anche se la vuoi per cucinarla bollita non c'è problema. Te la vendiamo. Sono gli affari. Ecco un coniglio ben cresciuto da accoppare e fare in padella tu stesso, prego. Ah, lo vuole per sua figlia come animale da compagnia? Certo, perché no. Cinque euro.
Pulcini per ogni esigenza, da regalare a Pasqua, magari, o da ingrasso, sì, come cibo sono perfetti. Ma sono anche graziosi, per i vostri bambini.
La tristezza, lo squallore, la crudeltà di un mercato di animali. Vite in balia dei nostri capricci.
Com'è che posti del genere non vengono chiusi? Perché questo "commercio" non viene vietato?
Questo non salverebbe la vita di tanti e tanti altri animali, che lontano dai nostri occhi finiscono la loro vita in un macello, è vero. Ma sarebbe comunque un passo nella giusta direzione, una conquista di civiltà.

Mi viene in mente il titolo di un convegno sui conigli e sul nostro rapporto con questi timidi animali, anche loro tanto sfruttati dall'Uomo (che allo stesso tempo, nella sua schizofrenia, riserva invece ad alcuni fortunati esemplari una vita di agi nella propria casa, da vero pet).
 Si intitolava, quel convegno, "Dalla padella all'abbraccio". Ecco. Sarebbe così semplice, capire che quel "cibo" è in realtà un animale da accarezzare e da amare, o almeno da rispettare.
Chissà quando capiremo che le vite degli animali non ci appartengono, e che non abbiamo alcun diritto di decidere arbitrariamente del loro destino.




domenica 20 maggio 2012

A proposito di San Francesco, o la fede in un'idea

Dedico questo post a Francesco d'Assisi, la cui figura mi ha sempre interessata, soprattutto a causa del mio amore per gli animali.  Trovare un santo che aveva considerazione anche per loro, oltre che una cosa rara, è un piccolo sollievo.
Al liceo mi imbattei per la prima volta ne Il Cantico delle Creature, un testo bellissimo a prescindere dalla sua connotazione religiosa, un'opera che ho sempre trovato commovente nel suo elogio all'armonia del mondo, al rispetto per esso e all'accettazione del corso dell'esistenza, accettazione non passiva, ma, piuttosto, serena.
In seguito ho letto un libro su san Francesco, sperando di trovare qualche notizia che potesse darmi un'idea più precisa di quella che era stata la sua vita. Ma era un libro incentrato sulla ricerca storica, e sulle sue problematiche nel caso specifico del santo di Assisi, e non mi ha granché soddisfatta.
Certo mi rendo conto che non sia semplice trovare notizie certe su persone vissute secoli fa, e penso che la loro vita rimarrà sempre come avvolta da una nebbia che impedisce una visione chiara. Ma forse questo è vero in parte anche nel nostro mondo globalizzato.
Ad ogni modo, Francesco è rimasto nella mia mente l'uomo raffigurato nei dipinti e nel nostro immaginario, circondato dagli animali, che lo guardano con la stessa benevolenza con cui lui guarda loro.

Ho letto opinioni contrastanti su di lui. Alcuni sostengono che non fosse l'amore per gli animali a spingerlo, in realtà, ma soltanto la Fede. Se non erro, Francesco fu il primo a ricevere le stigmate, a quanto si sa, dunque la Fede era certamente molto viva in lui, al punto da manifestarsi appunto anche attraverso segni fisici (cosa, tra parentesi, che ho sempre trovato piuttosto inquietante, ma questa è un'altra questione).
Personalmente non credo sia davvero importante stabilire che lui sia stato in parte un animalista ante litteram o essenzialmente un uomo che aveva votato la propria vita a Dio, e che in questa ottica predicava l'amore universale. Checché ne dicano alcuni, che ridimensionano radicalmente l'animalismo di Francesco (con a mio avviso una punta di soddisfazione, come a dire, voi animalisti vi illudete se pensate di aver trovato in lui un sostenitore della vostra causa, è soltanto suggestione), il poverello di Assisi è divenuto un simbolo della fratellanza estesa a tutte le creature, depositario di un messaggio positivo di sobrietà e rispetto che rimane luminoso ancora oggi.
La sua fama  è forse superiore ai suoi reali meriti, ma questo non lo sminuisce.
L'Idea di San Francesco rimane fulgida, offuscando può darsi le zone d'ombra che potrebbe avere avuto, come la maggior parte degli esseri umani.

Io penso che se Francesco vivesse oggi, e vedesse l'orrore sistematico che riserviamo agli animali, ci indurrebbe a rifiutare tutta questa sofferenza.
Il suo cantico sarebbe allora anche per tutte le vittime dei macelli, dei laboratori di ricerca, della crudeltà inflitta alle bestie per divertimento e abitudine.
Sono sicura che lui starebbe dalla parte degli animali sfruttati e offesi, come starebbe accanto agli ultimi della terra.
Se possedessi il talento di un grande pittore, mi piacerebbe raffigurare Francesco nelle vesti di un uomo di oggi, semplice, seduto tra gli animali più sfruttati, una mucca, un maiale, alcune galline, nel palmo di una mano un piccolo topo da laboratorio e un coniglio tenuto nell'incavo dell'altro braccio; ai suoi piedi alcuni ratti, un vitellino e un capretto che fanno capolino da dietro la sua schiena.
Un uomo dallo sguardo limpido, depositario di un messaggio d'amore a cui molti, buona parte della Chiesa compresa, guardano purtroppo con un certo sconcerto, forse perché troppo disarmante, troppo estremo per un mondo in cui troppo spesso si predica bene ma si razzola male.

In conclusione, al di là della mitizzazione operata probabilmente intorno alla figura di san Francesco, penso che dovremmo trattenere di lui l'essenza pacifica e positiva che lo ha caratterizzato.
La fede in un'idea di compassione e di amore capace di abbracciare soprattutto i più deboli e indifesi, umani e animali, al di là delle zone d'ombra di quest'uomo, al di là della sua devozione assoluta a Dio, al di là delle sue motivazioni indissolubilmente legate alla religione.
La fede in un'idea che si fa laica e rimane attuale, alla portata di tutti noi, uomini e donne degli anni duemila.

" Gli uomini che escludono dal rifugio della compassione e della pietà una qualsiasi tra le creature di Dio, si comporteranno allo stesso modo con i propri simili"

                          Francesco d'Assisi











mercoledì 11 aprile 2012

Merlotti

Benché la primavera sembri aver fatto momentaneamente dietrofront, se non altro nelle mie zone, gli uccellini continuano anche sotto la pioggia e tra le raffiche di vento a preparare i loro nidi per accogliere i futuri piccoletti. In giardino è un tripudio di cinguettii e di richiami, che si susseguono per tutto il giorno.
Tra questi piccoli volatili indaffarati e chiacchieroni ci sono i merli.
Adoro i merli. Mi mette allegria la loro personalità intraprendente, la loro innata simpatia, la semplice bellezza delle piume nere o grigie, il giallo del loro becco, il fatto che si spostino spesso a terra su quelle agili zampette, come se amassero camminare quasi più che volare.
A Milano, come ovunque, se ne vedono molti, nei piccoli giardini, vicino ai cespugli del parchetto nei pressi dello studio, e una coppia addirittura secondo me sta meditando di trasferirsi nell'alloggio di Polly il cane abominevole (per chi non avesse mai letto di lei, Polly è una femmina di Terranova, potete saperne di più  QUI).
Tornando ai due merli, il maschio lo vedevamo già da un bel po' girovagare davanti al cancelletto, soprattutto la mattina. Poi è comparsa anche quella che io definisco sua moglie, dal caratteristico colore grigio, la quale credo abbia anche passato qualche notte all'interno della "stanza" di Polly (un locale ricavato nella parte di cortile dello studio, chiuso da una tettoia e da una porta, dove il cane abominevole trascorre la notte sulla sua branda), dato che mi è capitato di trovarla dentro alcune mattine, mentre aprivo al cane.
"Polly, hai visto che c'era un'intrusa in casa tua?" dico all'abominevole Polly, mentre le allungo un biscotto per evitare che mi sbavicchi i jeans.
Oppure un pomeriggio mi scappa l'occhio sulla ciotola del cane, che si trova in quel locale, e chi vedo piazzata tra le crocchette? La merla, che rovistava tra i grossi croccantini, ne sceglieva uno e spiccava il volo con il boccone nel becco, passando sopra la testa di Polly che dormiva lì fuori, e che ovviamente non si è accorta di nulla. Ma anche se avesse notato l'uccellina sono sicura non avrebbe fatto una piega, vista la sua natura totalmente pacifica e in armonia col mondo.
O ancora un altro giorno me ne stavo al computer quando vedo un piccolo essere entrare nello studio. Faceva caldo, la porta era aperta, il cane abominevole ronfava beatamente lì fuori. E la merla ha pensato di buttare un occhio all'interno. Ha avanzato un po' sul tappeto, guardandosi in giro, poi con tutta calma ha fatto dietrofront e se ne è andata. Suo marito dal canto suo si appollaia spesso sulla maniglia del cancello, cinguettando.
Magari ci ritroveremo con dei piccoli merlotti venuti al mondo nell'alloggio del cane abominevole  :-)

Ciò mi fa pensare ai tre piccoli merli che ho avuto la fortuna di veder crescere nel loro nido nella siepe, l'anno scorso. Li ho seguiti fin da quando erano ancora nell'uovo e la mamma li covava. Li ho visti quando erano piccolissimi, creaturine lanuginose con un becco che sembrava più grande di loro, perennemente affamati, che emergevano appena dal nido. Papà merlo e mamma merla si alternavano per portare loro da mangiare e per vegliare sulle loro testoline. I genitori comunicavano con dei fischi particolari, per tenersi informati dei propri movimenti, suppongo.
Così i merlotti sono cresciuti, finché il nido si fece troppo piccino per contenerli comodamente tutti e tre. La foto qui sotto l'ho scattata poco prima che partissero per la loro strada. Andavo ogni giorno a guardare nella siepe, e con sollievo li trovavo sempre lì, a fissarmi con quel loro sguardo un po' attonito, tipico dei volatili molto giovani, che mi fa sempre affiorare un sorriso.
Il clic della macchina fotografica pareva non disturbarli affatto. I loro genitori, sempre nelle immediate vicinanze, mi osservavano attraverso i cespugli in fiore e appena mi allontanavo raggiungevano i loro piccoli.
Poi un giorno trovai il nido vuoto, i miei piccoli amici se ne erano andati. Spero che non sia accaduto loro niente di male, che siano cresciuti e siano magari loro quei merli che vedo oggi saltellare lesti per il giardino, sempre presi in qualche faccenda, e lanciare il loro richiamo dagli alberi oltre la siepe, mentre si preparano ad occuparsi presto di nuovi piccoli merlotti.

Uno di loro, poco prima di asciare il nido

lunedì 2 aprile 2012

L'innocente

Tra una settimana sarà Pasqua. In questo periodo mi viene sempre in mente una cosa raccontatami da mia mamma, un episodio accadutole nella sua infanzia.
Quando aveva circa cinque sei anni le capitò di passare davanti ad una macelleria del suo quartiere, a Lugano, e appeso lì fuori vide il cadavere di un agnellino, a testa in giù, privato del suo bianco pelo, ridotto ad un involucro di carne pronto da fare a pezzi per il pranzo di Pasqua, eppure ancora così indubitabilmente un agnellino.
Mia mamma scoppiò a piangere a quella vista, e per parecchio non ci fu verso di calmarla. Per molto tempo non volle più nemmeno passare da quella strada. E non ha mai mangiato la carne d'agnello, perché non è mai sbiadito nel suo ricordo l'immagine di quell'innocente ammazzato ed esposto in quel modo.
Penso che lei, che era una bambina, riconobbe in quel povero corpo un suo simile, un individuo molto giovane anche lui, un altro bambino potremmo dire, solo appartenente ad un'altra specie.

Come ho scritto anche in alcuni commenti lasciati su altri blog, trovo che la sistematica uccisione degli animali sia di per sé un fatto orribile. Quando poi tra le vittime ci sono anche i piccoli è ancora più orribile. Ogni cucciolo dovrebbe poter vivere serenamente la sua età, e stare con la propria mamma, al sicuro. Gli dovrebbe essere permesso di crescere, come avviene per noi umani.
Gli agnellini, nello specifico (ma è chiaro che lo stesso discorso si estende a vitellini, maialini, pulcini, e via dicendo), dovrebbero passare il primo periodo della loro esistenza a saltellare tra le erbe del prato, e non essere sottratti alla loro mamma e al calore del sole per essere sgozzati in un mattatoio. Un agnellino non viene al mondo per essere sacrificato, se non nella nostra distorta visione delle cose. Ma è così difficile da comprendere?
Sarebbe già un passo avanti se negli anni 2000 la mattanza pasquale degli agnelli venisse bandita. Basta con queste tradizioni che vivono anche sul sacrificio altrui. Alle piccole vite recise per trasformarsi in una portata del pranzo di Pasqua non sarà concesso di risorgere. E celebrare una resurrezione versando del sangue mi sembra quantomeno grottesco.
Finché non sapremo provare compassione per questi innocenti per antonomasia, questi piccoli esseri candidi e indifesi, temo sarà difficile provarne per tutti gli altri innumerevoli animali, adulti e piccoli, ammazzati ogni giorno per finire sulle nostre tavole.
Sarebbe bello che l'idea di rinascita associata alla Pasqua (o almeno così, da persona per nulla addentro al cattolicesimo, la interpreto io) si riferisse anche alla (ri)scoperta di un nuovo modo di guardare ai nostri fratelli animali, tutti quanti.
Una rinascita spirituale, grazie alla quale attingere finalmente alla compassione per tutte le creature.

Una parola anche su altri simboli pasquali, come i conigli, i pulcini, e le uova, che, in Svizzera, almeno, in questo periodo vengono dipinte per l'occasione.
Tutti simboli teneri e dolci, immagini di un mondo batuffoloso dai toni pastello.
Peccato che parallelamente migliaia e migliaia di conigli vengano allevati, spesso in condizioni terribili, per finire, dopo una breve vita infelice, nel nostro piatto; che innumerevoli pulcini maschi non idonei all'industria ovaiola vengano ammazzati brutalmente appena usciti dall'uovo; che le uova da dipingere a Pasqua provengano da galline che anche se allevate a terra e non in un orribile allevamento batteria, verranno comunque soppresse non appena il loro ciclo produttivo non sarà più all'altezza dello standard industriale.
Nella nostra schizofrenia umana passiamo costantemente da un estremo all'altro. Dalla tenerezza per alcuni animali al mangiarne altri della stessa specie, dall'accarezzare il capino di un pulcino al non pensare che migliaia di essi sono condannati a morte già prima di nascere.
Cerchiamo di applicare lo stesso empatico metro di giudizio a tutti gli animali. Se lo facciamo con naturalezza nei confronti di alcuni, lo possiamo fare per gli altri.
Questo è il mio auspicio pasquale.

venerdì 23 marzo 2012

Una storia d'amore

Oggi mi è capitato di sentirmi raccontare una cosa che mi ha profondamente colpito. E' la storia di due maiali, maschio e femmina, che vivevano insieme presso un contadino, o comunque uno che "tiene i maiali".
 C'erano anche altri maiali, ma loro due erano inseparabili.
Un giorno il contadino ha ammazzato la femmina praticamente sotto agli occhi del maschio. Che è morto di dolore, quello stesso giorno.

La persona che mi ha raccontato questo fatto, avvenuto vicino a casa sua, ha commentato: "Pensa che romantico!" e poi per pranzo si è mangiata pasta con pancetta.
Una storia terribile, e purtroppo solo una di innumerevoli vicende simili, che accadono ogni giorno dovunque degli animali vengono ammazzati, ma della maggior parte delle quali non avrò occasione di venire a conoscenza (e meglio così, da un certo punto di vista, perchè mi fa sempre male sentire della freddezza degli Uomini verso gli animali, e questo episodio ha davvero turbato la mia giornata, come un'ombra nel sole di marzo).
Una storia d'amore, e di morte.
Mi ha dato molto fastidio che sia stata raccontata come un semplice aneddoto, di cui sottolineare il romanticismo piuttosto che il dramma. E il solito commento retorico dei presenti, del tipo, eh sì, anche gli animali hanno dei sentimenti. Peccato che queste stesse persone continuino a mangiarle, queste creature dotate di sentimenti, e senza neanche, almeno apparentemente, il profondo disagio che ho avuto io nella mia vita di onnivora.
Ho provato talmente tanta tristezza e rabbia pensando alla vicenda di quei due poveri maiali che me ne sono stata per conto mio a mangiare la mia fetta di focaccia con le patate, a costo di apparire musona.
E' stato uno di quei momenti in cui mi sento molto sola davanti ad una massa di persone che non dico prendano queste cose con leggerezza, ma certamente senza quella partecipazione che sento io. Persone simpatiche, piacevoli, ma che accettano l'uccisione degli animali perché la ritengono ineluttabile, ed è per loro un breve pensiero triste da allontanare con un sospiro contrito.
Persone che amano certi animali ma che non condannano lo sfruttamento e la morte di altri.


Gli animali "da reddito" (come sempre, sottolineo quanto sia orribile questa espressione) non sono degli oggetti. Hanno dei sentimenti, una personalità, stabiliscono certamente delle amicizie con i loro simili, anche molto profonde, come questi due sventurati maiali.
Quando vengono ammazzati lasciano dietro di sé degli individui che sentiranno la loro mancanza. Che sapranno, senza ombra di dubbio, che non li rivedranno più perché quelle creature a due gambe hanno fatto ai loro amici qualcosa di terribile.
Dovremmo pensare anche a questo aspetto del dramma degli animali, aspetto che a mio modo di vedere getta ulteriori ombre sulla triste abitudine allo sfruttamento animale.
Davvero vogliamo continuare a mangiare creature che hanno avuto degli amici ? Creature che non chiedevano nulla se non vivere con questi amici la loro esistenza tranquilla, giorno dopo giorno, proprio come noi? Creature che hanno saputo amare, semplicemente, senza tutte le nostre complicazioni umane?

Mi chiedo quanto siamo ciechi per non vedere la mostruosità di tutto questo, e se saremo mai in grado di aprire finalmente gli occhi e il cuore.


martedì 21 febbraio 2012

Noi e i nostri animali, un amore di Qui e d'Altrove

Chiunque abbia avuto il privilegio di dividere la propria vita con un animale, di qualsiasi specie, penso non possa dubitare che l'anima (intesa come quell'essenza misteriosa e impalpabile che rende ognuno ciò che è) non sia appannaggio esclusivo degli esseri umani.
Ogni animale ha come noi il proprio carattere, le proprie personali abitudini, il proprio modo di fare. Come noi ama più certe cose e meno altre. Come noi prova emozioni, e nel sonno può sognare. Come noi sa volere bene. Anzi, molto spesso sa volere bene più di noi, libero da tutte le nostre complicazioni.
Il legame tra un animale e il proprio umano è spesso un bene assoluto, scevro di tutte le incomprensioni e i dissapori che costellano anche il miglior rapporto tra esseri umani.
Due anime che si congiungono, al di là della differenza di specie.
Ho sempre pensato che, se esistesse qualcosa al di là di questa vita, certamente tra coloro che vorrei ritrovare ci sarebbero gli animali che ho avuto con me su questa terra.
Mi viene in mente a questo proposito che il gamaldo gatto Freud (per chi non lo conoscesse vi invito a leggere il post La Storia di Leo Freud ), mio carissimo amico felino, riuscirebbe probabilmente ad evadere anche dalle porte del cielo, come faceva da quelle del gattile, ma spero che vedendomi arrivare si ripresenterebbe al cancello :-)

Questo preambolo per introdurre il tema vero e proprio di questo post, per il quale mi appoggio su un interessante e commovente articolo che ho trovato qualche anno fa su una rivista animalista svizzera, e scritto da Alika Lindbergh (pittrice, animalista, e discendente di quel Lindbergh che compì la prima traversata in volo dell'Oceano Atlantico).
Riporto alcuni episodi narrati da Alika in quel suo scritto intitolato: "Le anime degli animali ci attendono nell'aldilà".

Belgio, 1944. Alika ha quattordici anni. Con altre persone sta cercando di liberare dalle macerie causate da un bombardamento americano i feriti sepolti là sotto. Molti sono soldati tedeschi, per lo più ragazzini come lei. Ad un certo punto trova uno di loro, giovanissimo, che dapprima le sembra morto. E' pallidissimo e i suoi capelli sono incrostati di sangue. Alika gli tocca la spalla e di colpo la vita ritorna negli occhi del giovane soldato tedesco. Per un istante guarda Alika, poi il suo sguardo si fissa su un punto oltre la ragazzina, più in alto.
Il giovane sorride, di un sorriso radioso che gli illumina tutto il viso, mentre i suoi occhi continuano a guardare oltre le spalle di Alika.
Poi, dolcemente, sussurra: "Janosch, mein Pferd...Du bist nicht tot?" (Janosch, cavallo mio...Sei vivo?)
E muore, con un'espressione serena sul suo giovane viso.
Forse quel ragazzo prima della guerra era stato un giovane contadino, e Janosch era stato il suo buon compagno di lavoro. O forse il giovane era il figlio di qualche ricco proprietario terriero prussiano, che possedeva una scuderia di purosangue? Alika non può saperlo. Ma sa che un cavallo è stato importante nella vita del giovane soldato, e che lui lo ha sinceramente amato. E il loro legame è stato così profondo che lo spirito di quell'animale è venuto ad accogliere sulla soglia della morte l'anima del suo giovane amico.

1965. Alika è ospite di un'amica. Non lo sa ancora, ma la stanza a lei riservata è quella dove passava molto tempo il gatto della casa, Karoun, morto da diversi anni. Durante la notte, spenta la luce, Alika sente grattare alla porta, che si apre un poco. Un rumore felpato di zampe sul parquet. Alika sente un gatto balzare sul letto e percepisce i baffi dell'animale sulla sua guancia, prima che le si acciambelli accanto. Pensa naturalmente che sia la gatta persiana della casa, ma qualcosa la spinge ad accendere la luce. La porta della stanza è chiusa, e non c'è alcun gatto con lei.
La mattina seguente decide di non parlarne alla sua amica, persona piuttosto bizzarra e eccitabile, ma si confida piuttosto con la cameriera, una donna concreta con i piedi ben piantati per terra. La quale non si mostra affatto sorpresa, e le racconta che Karoun, morto dieci anni prima, "infesta" ancora l'appartamento. La gatta attuale spesso sembra percepirne la presenza, aggirando con cura l'angolo assolato di palquet dove il gattone era solito dormire, o mettendosi a fissare quel punto con i suoi occhi gialli.
Karoun, a causa della dedizione a fumare oppio della sua padrona, aveva sofferto di brutte crisi d'asma. Durante queste crisi veniva messo nella stanza che ora occupa Alika.

E' la sera della morte del nonno di Alika. Lei è vicino al suo letto, e lo vede compiere più volte un gesto incomprensibile agli altri. Il vecchio, sorridendo, protende le braccia verso l'alto, come tante volte aveva fatto per permettere alla scimmietta Soulimie, morta da anni, di venire ad aggrapparsi al suo collo.
Alika sa che Soulimie é nella stanza, che il nonno la vede, e che l'anima della scimmietta accompagnerà quella dell'uomo oltre la soglia.

Dice Alika Lindbergh: "Molti casi e testimonianze indicano che le emozioni degli animali, i loro pensieri e la loro volontà persistono oltre il velo che separa la vita dalla morte. E che cosa sarebbe questa presenza disincarnata, se non ciò che chiamiamo anima?"

Io mi ricordo una sera di alcuni anni fa. L'ultimo dei miei gerbilli era morto quel pomeriggio e lo avevamo sepolto sotto all'aiuola fiorita in giardino.
Ho spento la luce e mi sono messa a letto. Ho udito distintamente delle zampette correre sul pavimento. Dopo un po' ho acceso la lampada e dato una bella occhiata in giro. Che un topolino si fosse introdotto in casa? Mi sembrava improbabile, in ogni caso non era mai accaduto, e non è molto semplice. Non udivo più niente di strano. Spenta di nuovo la luce sono tornata a letto. Subito il piccolo trapestio di quelle che erano indubitabilmente zampette è ricominciato. Non c'era nulla di minaccioso in quel rumore, comunque. Sono rimasta ad ascoltare. Ho udito anche un trafficare di manine e dentini contro la cesta di vimini ai piedi del letto. Dopo un certo tempo è tornato il silenzio e mi sono addormentata.
Non ne avrò mai la certezza, ma sento che il mio piccolo Dimitrj era venuto a fare un ultimo giro nella stanza dove aveva trascorso tante ore di corse e giochi, prima di lasciarsi per sempre alle spalle la sua esistenza terrena.

In conclusione, gli animali che popolano la nostra vita non sono forse tra le creature che più amiamo in questo mondo, e che più ci amano? Chi meglio di loro potrà venire a guidarci, alla fine, se davvero qualcosa oltre esiste? Cosa che io non ritengo estremamente probabile, ma possibile e consolante da pensare. E sono certa, questo sì, che il legame tra anime che sono state tanto vicine non potrà mai essere sciolto.






Ancora una cosa, ultima ma non ultima. Se un luogo migliore al di là di questo mondo esiste, vorrei che vi trovassero la serenità che qui non hanno mai conosciuto le anime di tutti gli animali sfruttati e uccisi dalla crudeltà dell'Uomo. Milioni e milioni di spiriti innocenti che non hanno conosciuto né amore né compassione. Prati di soffice erba verde punteggiata di fiori, un cielo azzurro e il bel calore del sole, finalmente affrancati dalla paura e dal dolore.







venerdì 10 febbraio 2012

Guardare oltre Green Hill

L'indignazione suscitata in tante persone dall'allevamento Green Hill, tristemente nota fabbrica di beagles destinati ai laboratori di vivisezione, non può che fare piacere a chi come me ha tanto a cuore la questione animale.
Mi piacerebbe però che la gente provasse altrettanta indignazione e altrettanto dolore anche nei confronti di tutti gli altri animali che hanno la sventura di nascere in uno stabulario e di essere destinati alla ricerca, farmaceutica o cosmetica.
Il beagle ci tocca particolarmente, perché è un cane, dunque l'animale da compagnia per eccellenza, e immagino che tanti padroni di cani trovino terribile pensare che questi animali così importanti per loro, veri compagni di vita, vengano sottoposti alla vivisezione.
Purtroppo, come ben sappiamo, moltissime altre specie vengono destinate agli esperimenti.
Cani meticci, gatti, conigli, roditori di vario tipo (a me particolarmente cari, avendone avuti parecchi), come i ratti, i topolini, i gerbilli, i porcellini d'India, e poi le scimmie (pare, se non erro, che in Inghilterra si sia giunti all'abolizione degli esperimenti sui primati, o che si sia prossimi a farlo; benissimo, ma perché loro sì e gli altri animali no? Forse perché i primati ci ricordano troppo noi stessi?), maiali, e qualsiasi altro animale all'occorrenza.
Credo che, tra i molti che piangono per i beagles di Green Hill, troverei certamente diverse persone che non avrebbero lo stesso sentimento per un ratto o un topolino, o per un maiale. Magari mi sbaglio, ma penso che sia così. Perché certi animali, ancor una volta, sono più degni di altri della nostra compassione.
Spero con tutto il cuore che Green Hill chiuda i battenti. Sarebbe un luogo d'orrore in meno in questo mondo. Ma spero altrettanto che si facciano presidi e si combatta anche per chiudere tutti gli altri stabulari, tutte le altre fabbriche di animali, a qualunque specie appartengano.

Vi segnalo un bellissimo articolo pubblicato sulla pagina http://www.vitadacani.org/index.php?page=dl4, sul sito dell'associazione Vitadacani, di Arese, che tra le altre cose si occupa, quando possibile, di riscattare animali che hanno subito sperimentazioni e di cercare di dare loro una vita degna di essere vissuta. In questo articolo si parla dei beagles che sono riusciti a portare fuori da un laboratorio.


domenica 5 febbraio 2012

La vita dei gatti - prima parte -

Da bambina non mi fidavo dei gatti. Forse perché quello che conoscevo meglio era il gatto rosso dei miei nonni, il cui passatempo preferito era appostarsi tra i cespugli e tendere agguati agli umani che gli passavano davanti. Direi che mi faceva un po' paura e cercavo di evitare di stargli troppo vicino.
Oltre a questo, avendo sempre avuto un certo spirito da bastian contrario, ero fiera di dire che io preferivo i piccoli roditori, come i criceti e i porcellini d'India che ho avuto per tutta la mia infanzia, ai gatti che invece erano tra gli animali preferiti della maggior parte della gente.
Avrei tanto voluto un cane, ma i miei genitori furono irremovibili. Anche quando ero ormai al liceo e ci trasferimmo nella nuova casa con giardino, di cani non ne vollero sentir parlare. Allora ripiegai su un gatto e, benché prima che io nascessi avessero avuto un'esperienza poco felice con una gattina bellissima ma abbastanza selvaggia e problematica che avevano dovuto dare via perché in appartamento proprio non si adattava a stare, mia mamma e mio papà si dissero d'accordo e così andammo al vicino rifugio per animali e lì trovammo il nostro Hitch.
Dal suo arrivo tutti i miei pregiudizi sui gatti svanirono. Fui immediatamente conquistata da quel piccolo essere bianco e grigio, che certamente non aveva nulla di infido o minaccioso.
Da quel giorno di quasi quindici anni fa ho avuto modo di conoscere diversi altri mici che popolano questa zona, e di osservare le loro diverse personalità e il modo di relazionarsi gli uni con gli altri, come in una piccola società felina.

Oggi il mio adorato Hitchcock è ormai il più anziano tra i gatti di mia conoscenza, a fine maggio compirà quindici anni (e gli dedicherò senz'altro un post tutto per lui). Ma quando lo portammo a casa i vecchietti erano i tre gatti di mia zia, che abita adiacente a noi. C'era Tito, che era davvero vecchietto, poi il grasso Micky, un gattone rosso reso ancora più ciccione dalle cure al cortisone che aveva dovuto fare, e infine Pocket, trasferitosi di sua volontà a casa di mia zia qualche anno prima, dopo, pare, divergenze con il ragazzino figlio dei suoi padroni.
Quando Hitch cominciò ad uscire, divenne molto amico di un gattino che aveva circa la sua età, un micio bianco e nero con cui scompariva per ore, con mia grande preoccupazione. Li rivedo scendere insieme lungo la strada, di ritorno da qualche scorribanda nei giorni d'estate. Addirittura Hitch lo portava in casa, al piano di sopra, e insieme si facevano un'allegra scorpacciata di crocchette. Insomma, erano grandi amici.
Poi, crescendo, si vede che ognuno prese la sua strada, e sono anni che non vedo più quel gatto. Immagino che stia sempre nelle immediate vicinanze di casa sua, proprio come fa Hitch ora.
Poi entrò in scena Blankic. In realtà aveva un altro nome, che non ricordo, ma io lo chiamavo così. Blankic era un gattone bianco di proprietà di una coppia di nostri vicini, che si vede avevano una passione per gli animali bianchi, perché avevano anche un grosso cane dello stesso colore. Pare che Blankic fosse molto legato a questo animale, che purtroppo ad un certo punto morì e il povero micio ne fu abbastanza distrutto.
Cominciò a frequentare il nostro giardino, e all'inizio questo mi faceva piacere, lo accarezzavo eccetera. Però Blankic era piuttosto scontroso con Hitch, il quale ne aveva un certo timore. Inoltre si faceva sempre più invadente, e passava molto più tempo da noi che a casa sua, specialmente quando a curare le bambine dei vicini c'era la nonna, una stramba signora che lo apostrofava spesso con "tu, bestiaccia"  :)
Mi ricordo che certe mattine quando si scendeva di sotto trovavamo Blankic (che entrava dalla portafinestra che a quel tempo lasciavamo socchiusa fin dal mattino molto presto per lasciare uscire il nostro gatto) piazzato sulla sedia Ikea nella sala, con un'aria truce come a dire, provateci a farmi sloggiare.
Insomma, per quanto uno amasse gli animali, Blankic non era proprio il massimo, e si faceva sempre più prepotente e scorbutico nei confronti del povero Hitch.
Fortunatamente la sua famiglia si trasferì e non lo vedemmo più.

Blankic era do poco partito per altri lidi, che comparve Freud, il gamaldo gatto dei nuovi vicini di cui ho già scritto in un precedente post. Io e Fro, malgrado la sua natura piuttosto infida e la sua passione per gli agguati alle gambe, diventammo subito amici, e anche Hitch accettò di buon grado la sua presenza, benché a volte abbiano qualche piccolo battibecco. Se è vero che Freud ha sempre rispettato il mio gatto, per una questione di maggiore anzianità, suppongo, penso che allo stesso tempo nutra una certa gelosia nei suoi confronti, perché sotto sotto non gli dispiacerebbe prendere il suo posto in casa nostra.
Così capita che d'estate il mio povero Hitch trovi il suo posto preferito sotto alla siepe o nell'aiuola già occupato da Fro. Oppure che se lo trovi sulla sedia sdraio sotto al castagno.
Per non parlare di tutto le crocchette che Freud si è sbafato dopo essersi introdotto in casa.
Tutto sommato però i due sono amici, e Hitch lo saluta sempre con un "frrrr" quando lo vede fuori dalla porta finestra.

L'ultimo capitolo di questo primo post sui gatti della mia vita riguarda un periodo che io definirei quello del fast food.
Negli anni giovanili di Hitch lo lasciavamo uscire molto presto al mattino, anche alle 04.00
Così mia mamma, quando lui andava da lei a toccarle la testa con la zampetta, si alzava, poveraccia, scendeva le scale e apriva la porta finestra quel tanto da permettere al gatto di uscire nel buio, e poi se ne tornava a letto. Questo compito spettava quasi sempre a lei, dato che mio papà non si svegliava assolutamente e da me Hitch non veniva, lui andava sempre e solo da mia mamma, alla quale è da sempre molto legato.
Freud, naturalmente, capì subito che il rumore del motore delle tapparelle significava via libera a casa nostra. Così spesso mentre Hitch usciva lui entrava, delle volte facendo una bella soffiata a mia mamma, e ovviamente ripuliva qualsiasi piattino in cui trovasse delle crocchette. Dopodiché delle volte veniva a dormire con me, oppure usciva nuovamente.
Dopo un po' Hich rientrava, trovava il piatto vuoto e naturalmente veniva da me o da mia mamma a reclamare la sua parte. Tutto ciò ancora prima dell'alba.
Ad un certo punto si aggiunse anche un piccolo gatto nero, che credo abiti in una delle case lungo la strada. Mi ricordo che una volta sentii i miei gerbilli, la cui gabbia di notte stava nello studio, che battevano il piedino. Lo fanno quando avvertono un pericolo. Così mi alzai e trovai il gattino nero ricurvo sulla loro gabbia, con il naso incollato alla grata.
Mentre Hitch e Freud ormai non gettavano neanche più un'occhiata agli animaletti, per il pestifero micio nero rappresentavano un'interessante novità.
Insomma, nelle prime ore del mattino c'era un gran viavai in casa nostra. Chi saliva per le scale, chi scendeva, chi sgranocchiava crocchette, chi molestava i poveri gerbilli, chi reclamava da mangiare, chi occupava abusivamente il mio letto.
Tutto perché non volevamo chiudere fuori per ore Hitch nella notte. Essendo poi una casa con poche porte, era impossibile impedire ai gatti di salire di sopra.
Finché decidemmo che Hitchie sarebbe uscito a orari più ragionevoli, e che la portafinestra sarebbe rimasta chiusa, e così facciamo da allora.
Due aneddoti ancora su quel periodo.
Ricordo un mattino all'alba in cui scesi a vedere che cosa fossero i rumori che provenivano dal piano di sotto. Scoprii Hitch e Freud tutti presi dal cercare di acchiappare una grossa farfalla notturna. Mi sembrarono due ragazzini che giocano insieme alla playstation.
Oppure una volta che, mentre versavo un po' di crocchette nel piattino di sopra, Hitchie, esasperato dalla concorrenza di Fro, gli diede due sberle proprio sul naso, che Freud incassò senza battere ciglio.
O ancora di un buio mattino in cui feci uscire Hitch nelle tenebre e, neanche il tempo di risalire le scale, udii delle urla veramente raccapriccianti, e pensai, santo cielo, lo hanno brancato!
Sapevo che tra gli alberi vicini vivevano delle faine (o animali simili) che facevano strage di ghiri di cui regolarmente trovavamo i resti sotto alla terrazza, dei veri serial killers.
Così aprii la porta di ingresso per chiamare Hitch, il quale comunque aveva già fatto il giro della casa e stava correndo su per le scale verso l'entrata, le orecchie ritte e uno sguardo allarmato.
Una volta in casa voleva comunque uscire in terrazza a indagare, come stava facendo Fro, che appollaiato sul parapetto protendeva il collo verso il buio da cui si erano levate quelle grida tremende.

Termina qui questo primo post sulla vita dei gatti, il seguito prossimamente.

Hitch, Freud e il gatto nero

mercoledì 25 gennaio 2012

"Eliminate loro gli occhi...

...tagliate via la testa ed eliminate le interiora e le sacche d'inchiostro. Dopo averli accuratamente lavati sotto acqua corrente, staccate ai calamari i tentacoli e tritateli con una mezzaluna".
E' un estratto di una ricetta per preparare i calamari ripieni, in cui mi sono imbattuta scansionando delle pellicole di foto di food per l'archivio dello studio.
Mi chiedo talvolta che cosa penserebbe un alieno giunto sulla Terra da un lontano pianeta pacifico, vedendo le nostre abitudini culinarie. Leggendo ricette come questa che ho riportato, e come centinaia di altre in cui viene spiegato, ad esempio, come disossare un coniglio, o come bollire vivi dei crostacei, o come cucinare un fegato o altri organi di animali.
Penso che tutto questo, che nella maggior parte di noi non suscita alcuna particolare emozione, perché dopotutto è la tradizione, è l'abitudine, farebbe inorridire il nostro alieno gentile (certo, molte altre cose che accadono sul nostro pianeta gli farebbero lo stesso effetto).
Che razza di barbari sono, questi terrestri, si chiederebbe, che con tanta noncuranza e metodica abitudine allevano creature innocenti in condizioni spesso terribili, le ammazzano e sezionano i loro corpi per venderli poi come cibo?

Quell'imperativo, "eliminate gli occhi", è semplicemente orribile.
Gli occhi, attraverso cui spesso traspare la nostra essenza. Anche l'anima degli animali è leggibile nei loro occhi. Pensate allo sguardo dei cani, dei gatti, degli animali da fattoria, ma anche dei piccoli roditori e io credo anche delle creature del mare, se uno si prendesse la briga di guardarli bene.
Mi vengono in mente gli occhi di tutti gli animali macellati.
Dove vengono buttati? Chi può svolgere un compito simile e dirsi umano?
Quegli occhi ormai ciechi, che tanto orrore hanno dovuto vedere e nei quali nessuno ha mai voluto riconoscere un'anima.

mercoledì 18 gennaio 2012

Di una sera lontana

Quando avevo circa otto anni andai con i miei genitori in vacanza in Bretagna, nel nord della Francia, una regione bellissima che mi è rimasta nel cuore.
Un giorno raccolsi conchiglie su una di quelle spiagge rese immense dalla marea che si ritira, quando l'Atlantico è lontano all'orizzonte, prima che la legge immutabile della Natura lo riconduca verso la terra.
Più tardi, nel piccolo bungalow vicino al mare, scoprii tra le conchiglie raccolte un minuscolo granchietto. Sarà stato grande come la falange delle mie dita di bambina. Era così piccolo, perfetto e indifeso.
Dopo cena prendemmo il sentiero tra le dune che conduceva alla spiaggia. Era quel momento in cui l'aria e ogni cosa assumono una tonalità blu, quando non è ancora notte ma il giorno è già scivolato via. Non c'era nessuno tranne noi. Davanti ai nostri occhi l'immenso Atlantico lambiva la spiaggia.
Tenevo il minuscolo granchio chiuso nella mano.
Eravamo lì per riconsegnarlo al mare, ma per un momento pensai che non avrei avuto il coraggio di lasciarlo in quelle fredde acque scure.
Poi mi tolsi le scarpe e andai incontro alle onde, finché l'acqua mi arrivò alle ginocchia. Augurai al piccolo granchio che non gli accadesse nulla di male, che crescesse forte e che nessuno lo catturasse, poi mi chinai per appoggiarlo sotto la superficie dell'acqua, tra la sabbia sotto al mare.
Tornai dai miei genitori e mia mamma mi asciugò le gambe e i piedi gelati.
 Sapevo che il posto del granchio era il mare, che era nato per viverci, proprio come io ero nata per vivere sulla terraferma. Eppure avevo paura per lui, quel piccolo essere che per poche ore era stato con me e che avevo tenuto nella mia mano.
Forse a causa di quella paura per la sua sorte, e certamente per quell'addio, le lacrime mi rigavano silenziose le guance mentre sulla spiaggia solitaria scendeva la notte e tornavamo al bungalow.
Non ho mai dimenticato quella sera.
Chissà se il mio piccolo amico trovò la sua strada nell'Atlantico, come io ho forse faticosamente trovato la mia sulla terra.

domenica 15 gennaio 2012

Piccole considerazioni sull'expo cinofila di Milano

Ieri sono stata all'esposizione cinofila che si tiene ogni anno alla fiera di Milano.
Non ero mai stata ad un evento del genere, pur essendo da sempre interessata al mondo canino e alle caratteristiche delle varie razze.
Ho passato una piacevole mattinata girovagando tra la moltitudine di cani in attesa di presentarsi sui ring per il giudizio. Alcuni se ne stavano tranquilli nei loro box o sdraiatati ai piedi dei padroni, o si lasciavano pazientemente pettinare e acconciare per l'imminente competizione, come il chow-chow che vedete nella foto qui sotto. Altri, più bellicosi, scatenavano vere e proprie cagnare quando un altro cane aveva la malaugurata idea di avvicinare il naso al loro box. I vaporosi volpini erano naturalmente in prima linea in questo tipo di attività.
Ho assistito ad alcune gare di agility, dove, oltre a dispiacermi per l'eliminazione di alcuni binomi (così vengono definiti il cane e il suo conduttore in questa disciplina) ho anche notato quanto effettivamente cane e padrone si assomiglino fisicamente.
Cosa che ho notato anche durante l'esibizione di alcuni rappresentanti dell'Unità Cinofila di Soccorso, dove ogni cane aveva qualcosa del proprio umano, e viceversa. Sentiti applausi per questi cani che tanto aiuto ci danno durante le catastrofi e per la ricerca di persone scomparse.
Ho avuto anche modo di vedere in carne e ossa uno dei cani per me più belli, il Cirneco dell'Etna, un cane tipo levriero e dall'aspetto egizio. Ogni razza comunque è interessante e rappresenta un universo da scoprire.

Questa fiera mi ha anche però fatto pensare, ancora una volta, a quanto il nostro mondo sia pieno di contraddizioni. Mentre all'expo cinofila si celebrano le razze più apprezzate, conosciute e "nobili", e si vendono un sacco di accessori e cibi per i quattrozampe fortunati, i canili sono pieni di cani abbandonati, o randagi dalla nascita, ognuno con la sua storia di sofferenza sulle spalle. Molti di loro moriranno dietro le sbarre di un freddo box, senza aver conosciuto il calore di una famiglia. Tanti cani vivono randagi, in Italia soprattutto nel sud, finendo spesso vittime della stupida crudeltà di alcuni esponenti del genere umano.
Sempre in tema di esposizioni di animali, la scorsa settimana se ne è tenuta una di conigli, in Svizzera. In tv ho visto i dolci, batuffolosi coniglietti, con il loro bel pelo lucido e quell'adorabile musino. Bellissimo.
Ma come dimenticare che migliaia e migliaia di loro fratelli vengono invece ammazzati per finire nel nostro piatto o vengono destinati ai laboratori di ricerca?
Strano mondo, il nostro, in cui tanto arbitrariamente decidiamo chi può vivere ed essere coccolato e amato e chi invece è destinato a morire per nostra mano, escluso da qualsiasi sentimento di affetto.

Ben vengano le celebrazioni dei nostri meravigliosi amici animali e delle loro molte varietà, ma che non ci si dimentichi di tutti gli altri, e che non si cada nel terribile errore di credere che vi siano animali di serie A e animali di serie B.

Cirneco dell'Etna e il batuffoloso Chow Chow

lunedì 2 gennaio 2012

Fantasmi di epidemie e di animali perduti

L'altro giorno alla radio ho sentito che in Cina sarebbe ricomparsa l'aviaria. Naturalmente la prima cosa fatta è stata abbattere diciassettemila polli. Una cifra impressionante, un numero altissimo di vite soppresse. Ma tanto, chi se ne importa, sono soltanto polli, e per di più a rischio. E poi sarebbero morti comunque per finire nelle pance dei cinesi, dunque una notizia così può essere data senza alcuna emozione, se non, forse, una vaga preoccupazione per un'eventuale epidemia tra noi esseri umani.
Tutto ciò mi ha riportato alla mente l'epoca della vacca pazza. Di quei giorni mi sono rimaste impresse le immagini dei roghi dove, in Inghilterra, si bruciavano i corpi delle mucche abbattute. Alte fiamme che si levavano nella notte, come le anime tormentate di quegli infelici animali, ammazzati a migliaia, in quello che mi pareva un vero isterismo collettivo.
Naturalmente non ricordo una parola, né un pensiero, su quelle sventurate creature in quanto esseri viventi.
Al telegiornale sentivo tante cifre, vedevo quei fuochi divampare nella campagna, ogni tanto l'immagine di una mucca malata. Ma nessuno che spendesse una parola sulla sorte di quegli animali. Come fossero, una volta di più, soltanto oggetti difettosi di cui disfarsi. Come fu anni dopo per i polli, quando il fantasma dell'aviaria si diffuse nel mondo, come potrebbe essere oggi, di nuovo. Non valevano e non valgono nulla le vite di questi animali già sventurati, già destinati alla morte per nostra mano.
Una sventura nella sventura per chi è stato tenuto nella prigionia e nello sfruttamento per tutta la sua breve vita.
Ancora una volta, nessuna compassione, nessuna empatia. Nessun senso di colpa per essere stati noi, con il nostro vergognoso sistema di allevamento, con i nostri orribili mangimi, a provocare tutto.
Non ho mai dimenticato quelle fiamme, quel fumo che avvolgeva la campagna, il riferirsi a quegli animali sventurati come a "capi" da abbattere al più presto.
Povere creature inermi e infelici vittime della nostra arroganza, del nostro senso di onnipotenza, in balia della freddezza umana come fragili navi in un mare ostile.

giovedì 22 dicembre 2011

A Polly per il suo compleanno

Approfittando del suo compleanno, voglio parlare di un altro animale che attualmente popola la mia vita.
Diciamo che visto da lontano, magari al crepuscolo, potrebbe farvi l'impressione di essere il mastino dei Baskerville, avete presente, quel grosso cane nero di un episodio di Sherlock Holmes, che si aggirava sinistro nella brughiera ad ammazzare la gente?
Ecco, intravedere Polly in lontananza, tra le ombre della sera, potrebbe suscitare qualche brivido lungo la schiena. Ma non appena vi giungesse abbastanza vicino da poter guardare nei suoi miti occhi nocciola, bé, anche il minimo timore svanirebbe come neve al sole. Quando poi vi ritrovaste a stringere la sua grossa zampa nera, che sicuramente vi porgerebbe in segno di amicizia, avreste la certezza di essere di fronte ad un animale di grande gentilezza.
Questo è il minimo che si possa dire di lei, Polly, una femmina di Terranova nera come la pece, con la quale condivido ogni mio giorno lavorativo, anche se lei sta fuori nel cortile. Ogni tanto per la verità si intrufola nello studio, o almeno butta dentro un'occhiata dopo aver spinto la porta con il suo massiccio muso. Oppure ci fissa attraverso il vetro, finché non le allungo un pezzo di pane secco, sua grande passione, o qualche biscotto o crostino. La maggior parte del tempo comunque se ne sta sulla sua branda abbandonandosi a lunghi pisolini.
Qualche volta la porto a passeggio io, e i primi metri sono una specie di sci nautico, nel senso che lei parte a razzo e io dietro quasi a corsa a quella specie di orso cittadino. Ben presto però, dopo l'entusiasmo iniziale, rallenta il passo e sulla strada del ritorno sono io a doverla spronare. La sua età dopotutto si fa sentire. Benché da tutti sia considerata un'eterna cucciolona, Polly compie oggi dodici anni.
A parte qualche tremolio alle zampe posteriori e qualche pelo bianco sul muso, direi comunque che é ancora in grande forma.
Io la definisco, con affetto, ovviamente, il nostro cane abominevole. Non so se abbiate mai incontrato faccia a faccia un terranova. In quel caso capireste il perché di questo aggettivo. A parte la mole e il folto pelo nero, mai proprio pulito né profumato, sono dotati di una bava molto simile a quella di Alien, che naturalmente vi ritroverete sui vestiti con grande facilità, simile alla scia lasciata da un lumacone se siete fortunati, altrimenti sottoforma di filamenti quasi solidi nel peggiore dei casi.
Eppure, nelle mie passeggiate con Polly, mi è capitato qualche volta di incontrare persone  che mi hanno chiesto di poterla accarezzare, dicendo che il Terranova è il loro cane preferito, magari perché ne avevano avuto  o conosciuto uno in passato. E Polly naturalmente se ne sta lì ben felice a godersi le carezze. Una volta una mamma con un bambino di neanche un anno in braccio si è chinata entusiasta su di lei, in modo che il bimbo la vedesse meglio, assolutamente incurante della bava, sotto lo sguardo preoccupato della nonna.
In generale è un cane che spesso suscita almeno un sorriso nei passanti che lo incrociano.

Ho letto che molto tempo fa i pescatori dell'isola di Terranova si portavano uno di questi cani quando uscivano a pesca d'inverno nel loro gelido mare, perché se qualcuno fosse caduto in acqua solo il terranova avrebbe potuto salvarlo, gettandosi senza conseguenze nelle acque del nord, protetto dal suo pelo impermeabile. E ancora oggi sono cani utilizzati per il soccorso in mare, essendo ottimi nuotatori.
La nostra Polly è un cane di città, e questo un po' mi dispiace. Sicuramente in campagna starebbe meglio... Ma credo che sia contenta della sua vita insieme a noi, dopotutto.
Malgrado i suoi difetti "fisiologici", che mi fanno dire ogni tanto al suo padrone :"Ma un bel cane a pelo raso no? O un chihuahua?", le voglio molto bene.
Amo la sua gentilezza, la sua estrema bontà, la certezza che mai si rivolterebbe contro qualcuno (è una grande amica del postino e persino al veterinario porge la zampa), e mi piace quando mi si mette vicino e appoggia una zampotta sulla mia scarpa, e ce ne stiamo lì per un po' fianco a fianco a guardare dal cancello gli avvenimenti del cortile.
Tanti auguri cara Polly, mio carissimo cane abominevole.

Polly il cane abominevole al parco

mercoledì 21 dicembre 2011

Un Natale anche per loro

Ci siamo quasi, tra pochi giorni sarà di nuovo Natale. E come ogni anno, in TV, tra alberi addobbati e lustrini, imperversano immagini di tavole imbandite, e di allegri cuochi e rinomati chef che mostrano le loro creazioni. E poi le trasmissioni di intrattenimento e i telegiornali dedicheranno servizi ai vari pranzi e cenoni, dove non mancheranno i grandi classici, in un tripudio di cotechino, zampone, anguille in umido, tacchini, e via dicendo, nella ricetta tradizionale oppure rivisitata.
E poi sono certa di rivedere presto scene di mercati in cui la gente va a fare la spesa per i giorni di festa, dove si vendono allegramente pesci e crostacei vivi, strappati al loro mondo sottomarino per finire in una tinozza su una bancarella, fino al momento della consegna ai clienti, che in queste sfortunate creature del mare non vedono altro che una parte del loro pranzo natalizio.
Lo scorso anno stavo appunto vedendo una scena del genere in televisione, e mi sono chiesta ancora una volta come sia possibile questa indifferenza, questo commercio noncurante di esseri viventi. Come sia possibile accettarlo e consumarlo come un semplice dato di fatto.
Stessa cosa naturalmente per tutti gli altri animali uccisi anche in questo periodo per finire sulla nostra tavola della feste. Ricordo ad esempio un rinomato chef che spiegava come cuocere una testa di bovino per una carrellata di bolliti.
"Bisogna lasciarle il tempo di cuocere, questi sono animali di cinque anni" diceva.
Non è orribile disporre con tanta noncurante arroganza della vita di esseri viventi?

Ancora di più a Natale, che dovrebbe essere un momento di particolare amore e fratellanza, una giornata in cui riscoprire la propria umanità, o almeno così si dice.
Eppure neanche in questi giorni si rinuncia a mangiare i corpi di creature innocenti ammazzate per finire nei nostri piatti. Di nuovo, l'ombra e l'abitudine della tradizione incombono su di noi, e scegliere di non mangiare carne pare ai più inconcepibile. Ma come, delle Feste senza zampone o cotechino?
 Da inguaribile sognatrice quale sono, a me piace invece immaginare un periodo natalizio vegetariano, dove agli animali vengono riservate carezze e amicizia, anziché la morte. Non farebbe parte questa scelta di quello spirito del Natale di cui tanto si parla ma che resta sempre effimero? E poi sarebbe un bel modo per entrare nell'anno nuovo e per cominciare a ripensare al nostro rapporto con gli animali e a vergognarci finalmente del modo in cui trattiamo la maggior parte di loro.
Un Natale anche per gli animali.
Un Natale in cui viene dare loro qualche piccola leccornia, invece che ammazzarli e far diventare loro la presunta prelibatezza. 
Un Natale in cui adottare un cane, un gatto, o qualsiasi altro animale, e non per abbandonarlo in estate, ma per iniziare un cammino insieme, per tutti i giorni della sua vita.
Un Natale in cui dedicare almeno un pensiero a tutti gli animali sfruttati e rinchiusi.
Un Natale per guardare nella nostra anima alla ricerca di un sentimento di compassione capace di estendersi a tutte le specie.
Concludo con le parole di una grande poetessa, parole che ho sempre amato e che mi sembrano, spero al di là di ogni retorica, un ottimo augurio di condotta per un nuovo anno che sta per cominciare:

                                              Se io potrò impedire a un cuore di spezzarsi
                                                            non avrò vissuto invano
                                                      Se allevierò il dolore di una vita
                                                               o guarirò una pena
                                                      o aiuterò un pettirosso caduto
                                                               a rientrare nel nido
                                                           non avrò vissuto invano
            
                                                                 (Emily Dickinson)


  
Buon Natale a tutti