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giovedì 30 ottobre 2014

Bianche piume

Stasera mi è capitato di vedere per la seconda volta il promo della prossima puntata di Report, nota trasmissione di inchiesta e denuncia di RaiTre.
Si parlerà di piume d'oca. Non guarderò la puntata, perché se posso evitare di vedere le crudeltà perpetrate ai danni degli animali, evito.
Voglio comunque fare un' osservazione ricavata dal promo.
Magari si tratta solo di impressioni, che verrebbero smentite vedendo la puntata, ma tant'è.
Dunque, non mi piace il taglio che sembra essere stato dato alla cosa. Ovvero il fatto che parecchie piume d'oca non sarebbero di grande qualità, infatti si vede la giornalista che raccoglie una piuma bruttarella (per intenderci, tipo quelle grigiastre che i poveri piccioni delle nostre città lasciano talvolta sui marciapiedi).
Insomma, morale: ai consumatori vengono fatti pagare fior di soldi indumenti e accessori imbottiti con piume scadenti.

Ora, io dico, ma è questo il problema principale? Oppure sarebbe il caso di parlare di mettere un bel pietrone su questa tradizione di spiumare dei poveri pennuti per imbottire piumoni, giacche invernali, e chi più ne ha più ne metta?
Voglio dire, siamo nel 2014, penso che potremmo anche darci un taglio e utilizzare, magari, quei bei tessuti caldi e tecnologici, e lasciare le piume alle loro legittime proprietarie, le oche.
L'imbottitura di piuma d'oca non è un lusso, è una crudeltà.
Quelli che si comprano capi costosi confezionati in questo modo, secondo me sbagliano in partenza.
Se poi vengono fregati, peggio per loro, non mi interessa.
A me interessano le povere oche, sfruttate e spiumate. Non credo che a voi piacerebbe ricevere un trattamento simile, no?
Nel promo si intravedono, sullo sfondo, strette le une alle altre, come per farsi coraggio nella sventura. E in primo piano le loro soffici piume.

Mi auguro che si parlerà anche di loro, nella puntata, e non solo delle fregature che possono prendere i consumatori, che non sono nulla in confronto alla crudeltà assurda di cui sono vittime quelle povere bianche creature.
Non mi piace per niente il distacco che spesso si avverte nei confronti degli animali e della loro sorte in questo tipo di trasmissioni, dove le bestie sono in fondo considerate merce, bestiame, materia prima, e diventano degne di attenzione solo subordinatamente a noi e ai nostri "bisogni".
Ma non vengono considerati individui, e la loro sofferenza passa sempre in secondo piano, come un male minore.
Anche questo approccio giornalistico perpetua lo specismo.

Se in questo caso verrò smentita, meglio, ma non ci conto troppo.

 illustrazione di Beatrix Potter



giovedì 12 dicembre 2013

Maialini

Vedendo in tv, pochi giorni fa, i maialini portati davanti a Montecitorio in occasione di una protesta per difendere il made in Italy, sono stata presa da una profonda tristezza.
Naturalmente i giornalisti del tg non hanno speso una parola sul destino di quei maialini, che finiranno nella nostra padella. A parte ciò, io trovo surreale portare in piazza dei cuccioli che già si sa che verranno uccisi a tempo debito, usandoli per perorare la propria causa. Oltre il danno anche la beffa, mi viene da dire. Come esibire dei condannati a morte. Perché è questo che sono, quei piccoli maialini.
Non credo gli importerebbe molto sapere che moriranno in nome delle tradizioni e del made in Italy, non credete?
E poi chissà quanti passanti pronti a sciogliersi di tenerezza davanti a quei rosei musetti, e poi, una volta tornati a casa, aprire con forse appena un piccolo sospiro di rammarico una busta di prosciutto. Tale è la nostra schizofrenia nei confronti di tanti animali, in questo caso i maiali.
Io non sono perfetta, e confesso che di tanto in tanto un piccolo cedimento alimentare mio malgrado ce l'ho, sempre seguito da enormi sensi di colpa, per quello che può valere. Tuttavia almeno mi rendo conto dell'atrocità dell'antropocentrismo e della cecità che ha diffuso nella società umana, e cerco di migliorarmi.
Vi consiglio, a proposito di questa vicenda, questo illuminato articolo di Annamaria Rivera, che molto meglio di me analizza questo fatto.

L'altra sera, sempre tristemente in tema di visione antropocentrica, a Ballarò si parlava tra le altre cose di  carne di maiale importata. Per la giornalista che ha realizzato il servizio la cosa vergognosa era che molti, in Sardegna, credono di mangiare un maialino nostrano, mentre invece ne stanno mangiando uno importato dall'Olanda e da altri paesi che ora mi sfuggono.
Non si è nemmeno sognata di dedicare un pensiero a questi piccoli sventurati, o di mettere in discussione l'idea che sia eticamente giusto mangiare qualcuno. Sì, perché quei maialini erano qualcuno. Erano degli individui, dei cuccioli per di più.
Quello che a me dà veramente fastidio è questa freddezza con cui si discute dei prodotti di origine animale. Voglio dire, se ne parla escludendo completamente l'idea stessa che quei prodotti, quelle prelibatezze baluardo del food made in Italy, sono pezzi di carne di un individuo. Un qualcuno allevato e ucciso per finire sulle nostre tavole.
Sarebbe bello se i prosciutti crescessero sugli alberi, o i wurstel dalla terra, tipo le carote, o dire, guarda, esco nell'orto a raccogliere la bresaola. Sembra così, non è vero, guardando tanti spot televisivi? Una visione edulcorata, come le fiabe nella versione destinata ai bambini. Purtroppo sappiamo che la realtà non ha niente di bucolico e di dolce. E' piuttosto una fiaba cruenta, intrisa di sangue e sofferenza.
Alla vista di un cadavere di maialino che veniva sistemato nel banco di una macelleria, ho cambiato canale. Sono tornata a sintonizzarmi su Criminal Minds.
Che sarà cupo, ma è una finzione. Entertainment.
Mentre tutti quei maialini muoiono davvero, e vengono fatti a pezzi davvero sotto i nostri occhi che preferiscono non vedere.





sabato 30 marzo 2013

Pensiero di Pasqua

Ieri nel tardo pomeriggio accendiamo la TV e la prima cosa che vedo è il promo di una trasmissione sulla televisione svizzera di un'inchiesta dal titolo: "Esiste ancora il capretto nostrano?".
Con carrellata su un gruppo di candidi capretti che, ignari del loro assurdo, terribile destino, osservavano curiosi nella telecamera. Tutti con il proprio cartellino giallo piantato nell'orecchio, quel marchio che ti riduce ad una merce, nostrana, non nostrana, bio o non bio, sempre una merce, e che nega quindi il tuo essere un individuo con il diritto di vivere la propria esistenza.
Suppongo che quei capretti a quest'ora saranno già stati uccisi.

Se c'è una cosa che mi fa particolarmente arrabbiare sono le trasmissioni con questo taglio. Ovvero quei programmi dedicati ai consumatori che non mettono minimamente in discussione l'abitudine di mangiare animali. Si preoccupano solo di indagare se la carne che finisce nei nostri piatti sia di prima qualità, possibilmente nostrana e proveniente da animali allevati bio nelle fattorie dei dintorni.
Io trovo questo approccio totalmente irrispettoso nei confronti di tutti gli animali uccisi per essere mangiati.
Naturalmente questi programmi sono anch'essi figli della nostra radicata cultura specista.
E anche quando, per esempio, denunciano condizioni di allevamento particolarmente brutte, ho l'impressione che lo facciano per lo più pensando ai consumatori. Cioè, si preoccupano delle ripercussioni che il trattamento riservato a questi poveri animali può avere sulla salute umana, per questo ne parlano.
Ovvero, gli animali devono essere tenuti bene perché poi finiranno nel nostro piatto e noi non vogliamo mangiare carne contenente antibiotici o altre sostanze strane, o proveniente da organismi malati. Ma in fondo del destino di queste bestie non gliene importa nulla. Non si mette minimamente in discussione il fatto che vengano allevate per essere uccise.
Altro messaggio che passa in questo tipo di trasmissioni è dunque una sorta di benevolenza ipocrita nei confronti degli animali. Si dice che sì, devono essere tenuti bene, nel famoso rispetto della specie. Ma lo si dice soprattutto per eliminare gli eventuali, vaghi, sensi di colpa dei telespettatori carnivori.
Continuate a mangiare gli animali, questi sono bio, la carne bio fa bene. E poi hanno vissuto felici, non sentitevi in colpa.
Sul fatto che la parola rispetto non vada molto d'accordo con la parola uccisione, si preferisce non riflettere.

Tutto ciò non fa che rinforzare il nostro sentirci legittimati a sfruttare gli animali a scopo alimentare. Sarebbe bello che ci fosse in queste trasmissioni almeno un ospite davvero dalla loro parte, che piazzasse una bella pulce etica nell'orecchio dei consumatori.
Invece, sostanzialmente, si elogia il bio, che sembra che in un colpo solo spazzi via non solo le preoccupazioni salutistiche, ma anche quelle etiche.
A ciò aggiungiamo il revival dei prodotti del territorio (contro i quali non ho niente, finché si tratta di frutta, verdura, e altri prodotti inanimati, ma non quando si includono in questa categoria gli animali, esseri viventi), particolarmente in voga, e il conseguente attaccamento alle tradizioni culinarie, molte delle quali prevedono la carne come ingrediente.

Sembra, tutto questo, una gigantesca ruota che continua a girare, a girare, ineluttabile, portando avanti tradizioni, abitudini, sfruttamento, e mietendo milioni di vite ogni giorno, sotto i nostri occhi disinteressati.
Non so se si riuscirà mai a fermare questa ruota.
Penso che si potrebbe cominciare con il bandire certe consuetudini, come l'uccisione di cuccioli, quali sono gli agnellini e i capretti, ma anche i vitellini, i maialini, e qualsiasi animale "bambino".
E promuovere pranzi etici per le varie festività, come Natale o Pasqua.
Sarebbero piccoli passi, può darsi, ma secondo me sarebbero importanti e chissà che quella terribile, gigantesca ruota, inizierebbe a sgretolarsi.










mercoledì 20 febbraio 2013

Addio M13, orso curioso

Dell'orso M13 avevo parlato qui, tre mesi fa.
Oggi devo purtroppo riportare una notizia che non avrei mai voluto leggere: M13 è stato ucciso in Svizzera.
Senza dire niente a nessuno si è presa la decisione dell'abbattimento dell'orso, avvenuta ieri.
M13, risvegliatosi dal letargo, aveva subito ripreso quella sua abitudine che tanto aveva preoccupato gli abitanti del Canton Grigioni, ovvero avvicinarsi troppo alle zone abitate, in cerca di cibo.
Qualche giorno fa una ragazza si era imbattuta nell'orso, spaventandosi a morte. Suo padre aveva naturalmente subito denunciato la cosa, e a lui si sono uniti altri grigionesi che si lamentavano del fatto di non poter più lasciare i bambini a giocare fuori.
Ora, io posso capire che sapere che un orso si aggira nei paraggi, e potrebbe capitare nel tuo giardino, non dev'essere esattamente piacevole. MA il povero M13 non era una belva assetata di sangue, non ha mai fatto del male a nessuno. Ha a ben guardare soltanto provocato danni a proprietà private nelle quali si è introdotto per cercare cibo.
Mi chiedo, come è possibile che non si sia trovata una soluzione felice per questo orso? Non lo si poteva portare altrove, o magari non si poteva in qualche modo abituarlo a mangiare lontano dai centri abitati, portandogli del cibo eventualmente?
E' civile un Paese che così, in quattro e quattr'otto, mette fine alla vita di un essere vivente, tra l'altro sostenuto da tante e tante persone che in questi mesi hanno seguito la sua vicenda e hanno sperato che non gli si facesse del male?
Complimenti Svizzera!

Voglio immaginare M13 aggirarsi contento nella penombra e nelle pozze di luce di improvvise radure di boschi eterni, curioso come è sempre stato. Al riparo da esseri umani incapaci di vedere la sua unicità, ciechi davanti alla meraviglia della sua anima anarchica e fiduciosa. Ciao M13.




domenica 27 gennaio 2013

Per loro non c'è Memoria

Ricorreva oggi il Giorno della Memoria, l'anniversario della liberazione di Auschwitz, avvenuta il 27 gennaio del 1945. Un orrore, quello messo in atto dalla follia nazista, attecchito e cresciuto come un fiore tenebroso nel cuore della civilissima Europa, non nel Medioevo, ma nel 900. In fondo non moltissimo tempo fa.
Una pagina oscura che ha risucchiato le vite di moltissime persone, strappate alla propria quotidianità, deportate e rinchiuse nei campi di sterminio, da cui così tanti non hanno fatto ritorno. Uomini, donne, adulti e bambini, giovani e vecchi, privati di qualsiasi diritto, ridotti ad un numero tatuato sulla pelle. Depersonalizzati, senza più una storia, senza più appigli. Come se la loro vita precedente, fuori dal campo, non fosse mai esistita. Come fosse un sogno, o una vaga irraggiungibile speranza.
Osservando le immagini in bianco e nero di quel periodo mi viene da pensare che quello è il Male. Un Male che doveva avere l'odore ferroso dei binari dei treni che ti portavano inesorabilmente via; che era un gelido e bianco giorno d'inverno in cui non ti potevi scaldare; oppure era un'afa estiva per la quale non vi era possibilità di refrigerio; era trovarsi all'improvviso in un mondo ostile e incomprensibile, dove la tua vita non valeva più nulla.



Come non vale nulla la vita di milioni di animali "da reddito", che non hanno alcuna colpa se non quella di essere appartenenti a specie che da tempo immemore l'Uomo considera soprattutto cibo, "capi di bestiame", merce a suo uso e consumo.
E così giorno dopo giorno innumerevoli vite trascorrono e si perdono in luoghi molto simili a quei campi nati dalla perversa ideologia nazista.
Luoghi costruiti lontano dai nostri occhi, per non turbarci troppo la coscienza.
Il Male è anche allevare esseri innocenti privandoli del loro naturale diritto a vivere in libertà secondo la propria natura; il Male è un viaggio verso la morte, stipati in un camion, su un'autostrada arsa dal sole o crivellata dalla gelida pioggia; è un cartellino piantato in un orecchio che ti riduce ad un numero; è l'uccisione in un macello; è il terrore e il senso di impotenza che l'Uomo riesce a suscitare; il Male è la mancanza di compassione verso un innocente alla nostra mercé.





Non possiamo dire di non sapere quello che accade a tanti e tanti animali. Lo sappiamo. Oggi l'informazione è accessibile a tutti. Eppure ci giriamo dall'altra parte. Continuiamo a vivere come se in fondo quello che accade loro non ci riguardasse. Le cose sono sempre andate così, eccetera eccetera.
Così facendo uccidiamo quegli innocenti una seconda volta. Li rimuoviamo dalla nostra coscienza. Per loro non c'è Memoria.
Eppure ognuno di loro era unico ed irripetibile, proprio come me o voi, o come le vittime dell'Olocausto, o delle tante guerre che insanguinano il nostro pianeta.
 Ognuno aveva il proprio carattere, le proprie piccole abitudini. Ma a nessuno è mai importato. Sono vissuti e morti nell'indifferenza generale. Come se non accadesse neanche.
Ci sarà mai un Giorno della Memoria anche per le vittime non umane? Forse in un lontano futuro, quando la loro schiavitù, il loro eterno Olocausto, avrà avuto termine, ci fermeremo a pensare alle innumerevoli vittime dello specismo, e ci parrà impossibile avere convissuto con quella violenza per così tanto tempo, e proveremo vergogna per avere finto di non sapere.
Impegniamoci per costruire quel futuro. Non cancelliamo dai nostri pensieri il buio destino di tante vite. Non scrolliamo le spalle dicendo, dopotutto sono soltanto animali.
Sono esseri viventi come noi, e come noi dovrebbero avere il diritto di essere rispettati e di vivere la propria esistenza.


 

domenica 26 febbraio 2012

Eppur la nostra idea è solo idea d'amor

Fin da piccola ho amato gli animali e ho sofferto per le crudeltà inflitte loro dall'Uomo vuoi per una presunta necessità, o per ingordigia,  o per divertimento, o per puro sadismo.
Ho sempre avuto la sensazione che qualcosa non quadrasse in questo sistematico utilizzare due pesi e due misure, una per gli umani e una diversa per tutte le altre specie, come se gli animali fossero al mondo soprattutto per soddisfare i nostri bisogni e noi potessimo legittimamente decidere ed usufruire della loro vita e della loro morte.
Crescendo ho inevitabilmente appreso sempre maggiori dettagli terribili sulla sorte riservata a tanti e tanti animali. Come se avessi aperto una porta su una realtà parallela fatta di sistematici soprusi e orrori, in cui milioni di esseri viventi sono condannati a perdersi, mentre noi, appartenenti alla specie dominante, viviamo tranquilli e sicuri nelle nostre confortevoli case, liberi di decidere della nostra esistenza e di muoverci a nostro piacimento e di dedicarci alle nostre attività quotidiane.
E loro? Imprigionati e costretti a vivere in condizioni innaturali; ridotti a macchine da spremere il più possibile e poi, una volta esaurite, da eliminare senza tanti complimenti; fatti nascere con l'unico scopo di venire uccisi e smembrati per finire sulle nostre tavole e nel nostro stomaco; catturati, strappati al loro habitat sempre per finire nella nostra padella; considerati modelli su cui sperimentare qualsiasi cosa; condannati a torture folcloristiche travestite da irrinunciabili tradizioni; privati delle loro candide piume o della loro bella pelliccia con metodi brutali; rimossi dalla nostra coscienza.
Non vi sono giustificazioni a tutto questo. Perché gli animali, tutti gli animali, non soltanto il nostro cane o il nostro gatto, sono esseri senzienti. Non sono oggetti inanimati. Sono creature di carne e di sangue, come noi. Hanno un cervello, come noi. Provano emozioni, come noi. Ognuno di loro, sia anche il più piccolo pesce del mare o una minuscola laboriosa formichina, è un essere unico e irripetibile proprio come ogni individuo umano.
Soltanto, gli animali non possono parlare. O meglio, non con il nostro linguaggio. Questo li rende estremamente indifesi. Penso che chiunque possieda un minimo di sensibilità dovrebbe impegnarsi a parlare per loro, dando voce alla sofferenza e alla rassegnazione che traspaiono dai loro occhi stanchi.
"Il compito più alto dell'uomo è sottrarre gli animali alla crudeltà", diceva Emile Zola.
Chi più di un animale è inerme e in nostra balia?

Alla luce di tutto ciò, l'antispecista è un fanatico invasato? Una persona che ingigantisce un problema, che tra l'altro spesso non pare neanche essere tale? Un sognatore che spreca solo il proprio tempo? Per certe persone parrebbe di sì.
Io allora chiedo a tutti, che cosa c'è di sbagliato nel desiderare una vita degna di questo nome per gli animali sfruttati, e nel battersi perché questo avvenga? Può mai essere eccessivo lo sforzo per affrancare una vita dalla sofferenza e dalla schiavitù, per portare sollievo e un po' di serenità là dove c'è stata sempre una fredda noncuranza? E' un reato voler costruire una società diversa, basata sul rispetto per ogni vita, umana e animale?
O ancora, è un criminale un attivista che libera degli animali da un laboratorio di ricerca o da un allevamento intensivo, per salvarli dal dolore e dalla morte? Certo, compiendo questo atto va contro la legge. Forse però c'è da chiedersi se criminale non sia piuttosto una legge che consente la vivisezione e l'allevamento di animali a scopi alimentari.
La violenza di cui vengono talvolta accusati gli antispecisti non appartiene piuttosto alla società specista, dove sistematicamente, ogni giorno, milioni di animali nel mondo vengono ammazzati nei macelli? O dove si esalta la "poesia" di una tradizione barbara come la corrida? O dove sull'altare della scienza si sacrificano innumerevoli vite?
Non vi sono reali giustificazioni a tutto questo, per quanto si cerchino. Soltanto scuse. Soltanto una triste abitudine. Perché fare del male, infliggere ad un essere senziente sofferenza fisica e psichica, é sempre sbagliato, e non occorre essere un genio per rendersene conto. Giusto un po' di compassione e di buon senso, che chiunque non sia davvero inaridito e cieco può trovare dentro di sè.





Il titolo di questo post è una frase tratta dalla celebre canzone anarchica Addio Lugano bella.

                                    " ed è per voi sfruttati, per voi lavoratori,
                                     che siamo incatenati al par dei malfattori
                                     eppur la nostra idea è solo idea d'amor
                                      eppur la nostra idea è solo idea d'amor"

                       
Parole che mi ricordano molto il modo in cui troppo spesso vengono percepiti gli antispecisti e frainteso il loro pensiero.








 

mercoledì 1 febbraio 2012

Dell'orrore che non vogliamo vedere

Ieri allo studio abbiamo dovuto fotografare una composizione di vaschette di salumi per una pagina pubblicitaria di un salumificio abbastanza noto.
Credo che se dipendesse da me non accetterei più lavori che implicano la commercializzazione di prodotti derivati da animali uccisi, ma siccome lo studio non è mio mi devo adeguare.
Così il giorno prima di quello previsto per la foto è arrivato uno dei titolari del salumificio a portarci un po' di vaschette vuote da riempire per bene e una scatola piena di prodotti, fette di salame, coppa, prosciutto.
Io ero sul mezzanino a fare un lavoro al computer, e ogni tanto gettavo giù un'occhiata al tizio dei salumi. Pensavo che lo avrei anche trovato tutto sommato simpatico se non avessi saputo che cosa fa per vivere. Me ne sono rimasta sul mio mezzanino, perché se fossi scesa non ero sicura di riuscire a tenere per me la mia idea su coloro che allevano esseri viventi con lo scopo di farli finire affettati in una vaschetta.
Sinceramente non riesco a comprendere come possano considerare questa attività un business come un altro. O come possono dormire tranquilli e vivere come se niente fosse, e promuovere allegramente i loro prodotti, quando in realtà sulla coscienza hanno migliaia e migliaia di vite.
Mi chiedo se non ci sia mai un momento, in qualche sogno, magari, in cui affiora almeno un vago senso di colpa. Ma temo che accada raramente.
D'altronde, nella mentalità della maggior parte delle persone sfruttare gli animali e disporre delle loro vite è assolutamente normale, perché così si è sempre fatto. Ancora una volta, la terribile abitudine all'orrore che impregna la nostra società e condiziona così tragicamente il nostro rapporto con gli animali.
Io stessa, che da sempre avverto la profonda ingiustizia di tutto ciò, mangio ancora, di tanto in tanto, per pura golosità, il salmone, pur sapendo che questo povero pesce non è certo inferiore, ad esempio, ad una mucca o ad un maiale, che invece non mangio più.
Dunque neppure io sfuggo del tutto allo specismo, pur essendo determinata a migliorare sempre più.

Tornando nello specifico ai salumifici, mi vengono in mente anche i vari spot che passano in tv, in cui si esaltano ovviamente le qualità di una fetta di prosciutto o di qualsiasi altro affettato, mostrando la loro leggerezza, il loro aspetto invitante e soffice. Tanto che uno quasi non pensa affatto che quel pezzetto di carne apparteneva al corpo di un essere vivente, un roseo maiale, spesso, che aveva una personalità, che quando dormiva sognava, che avrà avuto a suo modo degli amici tra i suoi simili.
Spot simili ci anestetizzano, ci illudono che dietro a quei prodotti non ci sia nessun orrore, nessuna morte violenta.
Anche questo contribuisce a tenere i nostri occhi ben chiusi sulla terribile realtà dello sfruttamento animale.
Chissà se, in un temo lontano luminoso futuro sapremo costruire un rapporto finalmente nuovo con le altre specie, per farci perdonare, almeno in parte, di tutto ciò che per così tanto tempo abbiamo fatto loro.


Un lavoro dell'artista Jasmine Jean che ben rappresenta l'orrore dello sfruttamento animale

mercoledì 9 novembre 2011

Dell'abitudine alla noncuranza

Mi capita spesso di pensare alla noncuranza con cui conviviamo con lo sfruttamento degli animali. Come ho già avuto modo di scrivere, pare che sia qualcosa di ineluttabile, una di quelle cose che sono sempre state così, e dunque semplicemente normali.
Nella nostra società è normale trovare nei negozi di alimentari pezzi di corpi animali, confezionati nelle classiche vaschette bianche chiuse dal cellophane. Dalle fettine agli spiedini, ai corpi spellati e privati della testa di quelli che fino a poco tempo prima erano dei conigli, alle cosce di pollo, fino addirittura al fegato o al cervello magari di un vitellino. E poi naturalmente tutti i salumi, che non fanno impressione neanche un po', eccetto probabilmente la lingua, e che quindi si mangiano con ancor più noncuranza del resto della carne. E poi il banco del pesce, con tutti quei piccoli occhi tondi ormai ciechi, o i sacchetti di rete con le cozze ancora vive, nascoste nel loro guscio nero.
Fin da bambini, quando la mamma ci portava al supermercato, abbiamo imparato la noncuranza dalla noncuranza degli adulti intorno a noi. Soltanto crescendo, oppure grazie alla nostra sensibilità, alcuni di noi sentono che tutto ciò non è affatto normale, che una società che uccide sistematicamente degli esseri viventi per cibarsi della loro carne, esponendo sugli scaffali quelli che in definitiva sono pezzi di cadaveri, è una società con una forte componente di indifferenza e di crudeltà mascherata da abitudine o da tradizione. Una società profondamente specista.
Stesso discorso per gli abiti, le scarpe, e tutti i manufatti confezionati con la pelle degli animali, o con la loro pelliccia. Oggetti che sono praticamente ovunque, spesso considerati particolarmente pregiati, a cui siamo abituati fin da piccoli, e dunque che si travestono di normalità.
Occorrerebbe, secondo me, parlare ai bambini del modo in cui trattiamo gli animali, senza omettere neanche il più triste particolare. Soltanto così ci sarebbe forse una possibilità di costruire un mondo migliore per gli animali non umani. Solo facendo conoscere ai più piccoli quegli esseri che la maggior parte dei bambini incontra soltanto sotto forma di cibo, ci sarebbe la speranza che le nuove generazioni riescano a sviluppare una coscienza nuova e piano piano ad affermarla.
In quanto agli adulti, a coloro che nella noncuranza verso la sofferenza degli animali sono cresciuti preferendo non porsi mai troppe domande, non è troppo tardi per cominciare a guardare il mondo da un punto di vista un pochino diverso. Per alcuni può accadere in modo improvviso, dopo aver assistito ad un episodio che ha smosso qualcosa nella coscienza, o dopo aver appreso di qualche atrocità commessa in un allevamento, o in un macello. Per altri può essere un cammino più lungo e graduale. Io credo, per quella che è la mia esperienza diretta, che nella maggior parte delle persone vi sia una certa quantità di empatia e di compassione per gli animali, soltanto che sono sentimenti poco coltivati e soffocati spesso dalla noncuranza generalizzata. Solo lasciandoli emergere riusciremo ad affrancarci dal nostro specismo e a guardare agli animali con uno sguardo finalmente nuovo.